M. V. Waterhouse 

Rinunciare ai frutti

Attraverso l'azione purificata e illuminata lo yogin si affranca dai legami del karman
(seconda parte)

   


Il processo chiamato percezione precede ogni azione e la causa dell’azione stessa. In termini generali, l’insegnamento yoghico afferma che l’uomo ha tre corpi: causale, sottile e fisico. Questi tre corpi corrispondono ai tre stadi della percezione. Il corpo causale è il conoscitore cosmico, il contenitore in sé di tutti i fenomeni sotto forma di seme. Esso non guarda verso l’esterno, bensì all’interno, su se stesso e su ciò che riflette. Il corpo sottile è l’organo interno, l’antahkarana, che percepisce questo seme causale come fenomeno, così come appare sul piano sottile, lo guarda esternamente, lo classifica, lo sceglie e reagisce a esso. L’organo fisico o esterno – braccia, orecchie, lingua e così via – porta a compimento, a livello fisico, le reazioni stimolate dal corpo sottile o antahkarana.

Ognuno di questi tre organi o corpi opera su un diverso livello della coscienza e percepisce gli oggetti nel momento in cui essi si manifestano in ognuno di questi livelli. In questo modo, la coscienza causale, che opera sul piano causale, vede gli oggetti nella loro forma di seme o causale. L’organo sottile o antahkarana, che opera sul piano sottile, vede gli oggetti nella loro forma sottile. Questa definizione permette di capire meglio ciò che i filosofi del Vedânta intendono quando dicono che le forze dell’antahkarana vanno verso l’esterno e prendono la forma dell’oggetto osservato. La parola "forma" in questo contesto non si riferisce alla forma fisica, ma all’aspetto più sottile dell’oggetto, la sua essenza, o la "forma" delle sue qualità. Dopo essere stato valutato dall’antahkarana, esso viene trasmesso all’organo esterno. L’oggetto viene quindi visto in termini di strumento fisico: forme, corpi, masse di materia, idee formulate e così via.

Il movimento della forza non ostacolata va all’esterno, dallo stato sottile a quello grossolano. Il movimento della forza controllata è un ritorno dal grossolano al causale. Questa è la via dello Yoga ed è in essa che si compie il ciclo del dispiegamento.

Dopo aver abbozzato superficialmente il processo della percezione, dobbiamo cercare di scoprire in che modo gli oggetti della percezione possono risvegliare il desiderio nell’uomo e portarlo all’azione. Un persona comune e incolta crede che il possesso di qualsiasi oggetto, fisico o sottile, conferisca più potere, maggiore libertà e indipendenza. Pertanto la possibilità di accumulare ricchezze materiali, o di possedere il potere sottile della conoscenza, fa sì che si verifichi nell’uomo il risveglio dell’antahkarana, che si manifesta attraverso la facoltà di fare castelli in aria, di progettare piani, di lavorare di immaginazione, che sono capacità definite con il nome di sankalpa. Egli quindi opererà in modo tale da produrre gli effetti desiderati. Tali effetti, ancorché prodotti, non sono tuttavia in grado di accrescere il potere e la libertà immaginati dall’uomo. Il risultato di un atto specifico potrà essere valutato sia in modo positivo che negativo; in ogni modo, da esso certamente discenderà un’ulteriore azione. Pertanto l’uomo, lungi dal godere di una maggiore libertà, è legato da vincoli più stretti che mai.

Tutto questo vale anche per chi percorre il cammino della ricerca spirituale. Dopo innumerevoli delusioni, egli si trova, consapevolmente o no, all’inizio di un percorso di autoallenamento. Giunge alla conclusione che non deve cercare di impossessarsi di qualsiasi cosa, deve invece scegliere ciò che considera buono per se stesso e per gli altri. Chuang Tzu descrive proprio questo stadio e dice che un buon inizio consiste "nel cominciare a cogliere in fallo le persone per la loro mancanza di carità e ostacolarle avvertendole dei loro doveri verso il prossimo". Quindi aggiunge: "Un po’ per l’eccessivo entusiasmo per la musica e un po’ a causa dell’eccessiva importanza che attribuiscono alle cerimonie, l’impero cade nella discordia". In altre parole, l’uomo si confonde e si rivolta contro se stesso.

Il maharishi Vedavyâsa Yogin dedito alla meditazione

Abbiamo mostrato che un uomo compie – e sempre dovrà compiere – delle azioni istintive, ma che grazie all’istruzione egli sarà in grado di operare delle scelte, attribuendo ad ognuna di esse il suo giusto valore. Egli impara a scegliere ancora di più nella seconda categoria e intraprende quelle azioni che secondo lui possono giovargli e, a uno stadio leggermente più elevato, giovare anche agli altri. A questo punto si presentano alcuni problemi di interferenza. Come potrà passare dallo stato meticoloso, pignolo, responsabile e affaccendato allo stato di irresponsabilità divina dell’uomo ideale della Gîtâ, l’uomo della quiete, della dedizione e tuttavia della percezione istantanea e della reazione? Il grande Râmânujâchârya dice: "La regola principale della Gîtâ è l’amore di Dio, uni-diretto e intenso, che non chiede nulla al di fuori dell’onore e della gioia di servirLo".

Questo stato di coscienza deriva direttamente dalla disciplina purificatrice dello Yoga. Quando l’allievo inizia a interiorizzarlo, mette automaticamente in atto i cambiamenti necessari nella sua vita attiva. Poi, a mano a mano che la visione invisibile del Supremo occupa sempre più il suo tempo, la sua mente e il suo cuore, egli scopre di compiere automaticamente le azioni che gli si presentano davanti e di offrire i loro frutti, buoni o cattivi, a Dio, continuando a concentrare il suo cuore e le sue preoccupazioni su di Lui. Verrà il tempo in cui sarà incapace di dire: "Questa è un’azione e la sto compiendo per una ragione particolare". Sarà così assorto che si muoverà come un danzatore che segue la musica. Avrà smesso di chiedersi il perché di questa o di quella azione in particolare, perché si renderà conto che non potrà mai scoprirne la ragione.

Non dite mai: "Questo non può essere fatto". Se fosse impossibile, gli insegnamenti elevati dello Yoga non avrebbero alcun significato e tutta la struttura andrebbe in pezzi. Coloro i quali desiderano ancora ardentemente dare, servire, deporre doni e poteri ai piedi di qualcuno, restano confinati all’inizio della seconda categoria. In realtà c’è un solo dovere, una sola azione che essi devono compiere, che consiste nel portare a compimento le pratiche affidate. Così facendo, verrà il giorno in cui si renderanno conto che non hanno nulla da offrire, perchè non sono nulla: non un nulla "meno della polvere", ma un "nulla" che indica che essi non si presentano più come entità autonome, separate. Sono quello che hanno contemplato, e i Suoi disegni sono i loro, la Sua forza è la loro: sono tutt’uno.

Questo è certamente lo scopo, ma, prima di conseguirlo, colui che lo ha fermamente in mente pensa a molte mosse, artifici e pratiche per raggiungerlo più in fretta. Nella sua opera Adorazione della mente, Shankara dice:

Tu sei il mio âtman; il mio intelletto è tuo consorte; i miei organi di senso sono i tuoi servitori; questo corpo è il tuo tempio; prestare soccorso ai sensi è il mio culto di te; il mio sonno è samâdhi; il mio girovagare a piedi è l’atto di circumambulazione; tutte le parole che pronuncio sono inni a te; qualsiasi lavoro io faccia è per adorarti, o Signore. Gloria sia a te.

Bisogna far sì che la mente non dimentichi mai il suo scopo, nemmeno per un minuto, e che la vritti (modificazione mentale o "onda nel mare della mente") Kham Brahman – Tutto è Dio – possa essere insediata. Questo è l’unico modo per trascendere l’azione separatoria: purificare l’antahkarana affinché le percezioni non si stabiliscano nel manas, la mente inferiore, ma passino direttamente alla buddhi, l’intelletto superiore, che risiede alla confluenza del jîva e dell’âtman (il Sé individuale e il Sé universale).

Gli ultimi sei capitoli della Gîtâ abbondano di descrizioni dell’essere illuminato, l’uomo dall’azione cosmica, che non compie azioni, ma attraverso il quale le azioni vengono compiute. Leggeteli e rileggeteli. Chuang Tzu ha descritto così un tale uomo:

La pace del saggio non è ciò che il mondo chiama pace. La sua pace è il risultato del suo atteggiamento mentale. Tutto il creato non può disturbare il suo equilibrio, quindi la sua pace. Essere in armonia con l’uomo è la felicità umana. Essere in armonia con Dio è la felicità di Dio. In tempi remoti, Shun aveva rivolto la seguente domanda all’imperatore Yao: "Come impiega Sua Maestà le sue facoltà"

"Non sono arrogante con gli indifesi; non trascuro i poveri; mi rattristo per quelli che muoiono; soccorro gli orfani; compatisco le vedove. Oltre a ciò, null’altro".

"Molto bene" esclamò Shun, "ma non ancora benissimo".

"Come è possibile?" chiese Yao.

"Sii passivo" disse Yao "come la virtù di Dio [ciò significa: 'Sii superiore alla coppia degli opposti: sii imparziale']. Il sole e la luna splendono, le stagioni passano, il giorno e la notte si alternano, si formano le nubi e cade la pioggia" [in altre parole, la rappresentazione cosmica segue il suo cammino].

"Ahimè!" esclamò Yao, "che confusione ho fatto! Tu sei in armonia con Dio, mentre io ero in armonia con le regole degli uomini".

   


Tratto da Il potere dietro la mente,  Magnanelli, Torino, 1994.

  

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