Adalberto Zappalà 

Tra voci e suoni

L’insegnamento del mantra-yoga e del nâda-yoga

   


Lo Yoga è un argomento vastissimo: la letteratura classica e quella contemporanea sono oltremodo ricche e varie. Ciò può rendere difficile per un sincero ricercatore lo studio approfondito di una tale materia. Ci sono molte tradizioni che consideriamo più o meno antiche e ci sono attualmente molti e differenti orientamenti e scuole di pensiero nello yoga. Sembrerebbe alquanto difficile scorgere una via sicura sulla quale procedere, e lo è.

Come possiamo allora orientarci in questa ricerca?

Per quanto mi riguarda, dopo un percorso sul sentiero dello yoga iniziato trent’anni fa, ho capito che i punti fermi su cui contare sono soprattutto i princìpi e non solo le tecniche, che ne sono una derivazione e una necessaria applicazione.

Muthuswamy, Thyagaraja e Shama Sastry sono stati chiamati 
«la Trinità della musica Karnataka»

I testi

I testi autorevoli dello yoga sono pochi, mentre ne esistono molti che sono solo parzialmente affidabili.

Tra i migliori testi di riferimento nello yoga, con un carattere più filosofico, considero gli Yogasûtra di Patanjali e la Bhagavad-gîtâ i principali: il primo ha la dote della sintesi e dell’essenzialità; il secondo è steso nella forma di racconto epico, nel quale il filo conduttore è il dialogo tra Krishna, il Divino calato nella forma umana per guidare e assistere, e Arjuna, il valoroso guerriero colto dallo sconforto e dalla disperazione prima dell’imminente battaglia.

Hatha-pradîpikâ e Gheranda-samhitâ sono i testi con un carattere maggiormente tecnico che riguardano lo hatha-yoga, ma contengono anche importanti principi filosofici e spirituali.

   

I princìpi

È proprio nei testi che ho citato sopra che possiamo trovare quelle gemme preziose che sono i princìpi dello yoga: infatti tutte le tecniche yoga sarebbero vane senza un fondamento etico, filosofico e spirituale. Praticando solamente le tecniche senza comprenderne la vera natura, non ci consentirà di raggiungere la meta più alta, che è la realizzazione spirituale.

I princìpi ci servono come pietra di paragone per poter valutare le svariate tecniche che si incontrano nella pratica dello yoga e selezionare solo quelle che sono più proficue e sicure.

È un po’ come nella matematica: quando si imparano le quattro operazioni fondamentali, addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione, siamo potenzialmente in grado, con la giusta applicazione, di capire qualsiasi problema matematico.

Allo stesso modo, se conosciamo i princìpi dello yoga, siamo in grado di capire le tecniche e le pratiche yoga, o altre pratiche che passano sotto questo nome, senza lasciarci fuorviare o confondere.

È necessario comunque prestare attenzione a non chiudersi in un modo di pensare dogmatico, nessuno può ritenere di avere la verità in tasca: la verità appartiene a tutti, ma non è di nessuno.

Nessuno ne è depositario esclusivo, la verità è nel profondo del cuore di ogni essere e noi come esseri umani abbiamo il compito di ritrovarla, di riconoscerla e di viverla: questo dovrebbe essere il dharma di ogni persona.

   

La tradizione vivente

L’insegnamento trasmesso da tempi immemorabili dai saggi illuminati riveste una grande importanza: questi saggi, rishi, avendo superato l’ostacolo dell’ego e avendolo sottomesso allo spirito possono trasmettere l’esperienza della verità universale senza interferenze e condizionamenti dovute ai limiti umani. Questi maestri, avendo realizzato una piena esperienza della condizione umana, ne hanno saputo trarre la vera essenza spirituale, superando l’illusione che avvolge la creazione. Questi sono i veri maestri, o guru.

I veri maestri, insegnano sempre ai loro discepoli attraverso l’esempio, oltre che con le spiegazioni verbali. Inoltre i veri maestri incoraggiano le persone che a loro si rivolgono per avere una guida, a trovare ne profondo di sé stessi il vero maestro, il sadguru (sat-guru).

Mi riferisco, per esempio, a maestri come Ramana Maharshi, Nisargadatta Maharaj, Krishnamurti.

   

Il panchâkshara-mantra o «mantra di cinque sillabe», recita: NAMAH SHIVÂYA («onore a Shiva») ed è preceduto dal pranava OM. secondo i Purâna, la recitazione di questo mantra procura al devoto meriti straordinari.

I mantra

Per ciò che riguarda i mantra, la fonte primaria sono i Veda, che ci provengono da tempi remoti, e la letteratura spirituale che si è sviluppata nei secoli seguenti, come le Upanishad, i Brâhmana, la Smriti, i Tantra.

Arte, scienza e spiritualità sono considerate, nel pensiero della cultura indiana, come un tutt’uno.

È per questo motivo che nei testi specialistici che riguardano, il canto, la musica, la danza ci sono riferimenti di tipo scientifico artistico e filosofico. Mi riferisco a testi come il Sangîtaratnâkara e il Nâtya Shâstra.

Parti dei testi vedici e di altri testi di letteratura spirituale sono state selezionate impiegate come mantra. Infatti, esistono diverse classificazioni nei mantra: ci sono i bîja-mantra composti da una singola sillaba, i pada-mantra composti da una sola parola, i mâlâ-mantra composti da un insieme di parole nella forma di una frase, o meglio di un metro poetico.

Nei mantra non conta solamente il significato letterale o intellettuale attribuito alle parole.

È invece fondamentale la natura essenzialmente sonora del mantra: è la vibrazione acustica, sul piano fisico, e specialmente la vibrazione di energia pranica, che rivestono una grande importanza.

Considero di grande importanza la pratica di mantra japa, la ripetizione e recitazione dei mantra, così come la si pratica durante la pûjâ. Nella mia formazione, specialmente durante la mia permanenza a Lonavla presso il Kaivalyadhama fondato da Swami Kuvalayananda, la partecipazione alla pûjâ del mattino e della sera faceva parte integrante degli studi del corso per insegnanti di yoga. Queso permette di assorbire profondamente il significato della pratica dei mantra, ben al di là delle considerazioni teoriche sui mantra, che sono comunque importanti.

   

Il nâda

Nâda è il “suono che sorge interiormente”. È l’aspetto mistico del suono, è l’esperienza interiore del suono che guida e incoraggia il ricercatore nel suo viaggio sspirituale verso la conoscenza di sé

Nella Hatha-pradîpikâ e in altri testi si parla dell’esperienza di suoni che non sono prodotti da sorgenti esterne, ma che si manifestano interiormente e vengono paragonati al suono di strumenti conosciuti in quel tempo e in quel contesto culturale. Alcuni suoni però sono di natura universale, come il suono del tuono, o il fragore scrosciante di una cascata. Sono delle similitudini che ci aiutano a comprendere.

Questo ci fa capire come anche la musica, opportunamente considerata, è un mezzo molto valido per raggiungere il suono interiore. Se consideriamo la musica solamente sotto il profilo estetico e tecnico, allora trascuriamo la sua valenza spirituale. Se invece valorizziamo l’aspetto spirituale oltre che quello artistico la musica, specialmente quella classica indana, può essere veramente la strada maestra del Nada Yoga. Ciò vale ancora di più quando si intonano le note fondamentali della scala indiana, Sa Ri Ga Ma Pa Dha Ni, considerandole come dei veri e propri mantra. In questo caso entrano in gioco anche elementi di pratica yoga come il prânâyâma, l’uso della voce e della respirazione, la postura, la concentrazione, la meditazione, con l’obiettivo di raggiungere la perfetta armonia del samâdhi.

   

Purândaradâsa, musicista e letterato di altissimo livello, visse in Karnataka dal 1480 al 1564

 

L’insegnamento del mantra-yoga e del nâda-yoga

È evidente che possiamo insegnare solo ciò che abbiamo appreso, vissuto e sperimentato direttamente. Non bisogna chiudersi nelle proprie presunte conoscenze. La formazione è fondamentale, ma tutto ciò che si apprende in seminari o corsi tematici, attende di essere messo in pratica. Altrimenti c’è il rischio di appesantire la mente con nozioni e teorie che non essendo praticate diventano causa di confusione intellettuale per noi stessi e per quelli che incontriamo sul nostro cammino.

È con umiltà che ci dobbiamo accostare al mantra e al nâda. Proprio come nello hatha-yoga ci sono innumerevoli tecniche e varie scuole di pensiero, ciò può accadere anche nel campo del nâda-yoga.

Desidero sottolineare l’importanza di conoscere i propri limiti. Per questo motivo è necessario non avventurarsi ad insegnare tecniche relative al mantra o al nâda di cui non si sia fatta esperienza con un una adeguata supervisione. È molto importante sapere cosa fare, ma soprattutto cosa non fare o meglio ancora non fare del male, come insegna il principio di ahimsâ. Un insegnamento che ho sempre considerato valido, che mi fu dato dal Dr. M. L. Gharote di Lonavla, era il seguente: quando non sapete rispondere a qualcosa che vi viene chiesto, dite semplicemente “non lo so”.

Spesso, per evitare di mostrare le lacune nella propria conoscenza, si danno delle risposte poco chiare o peggio fuorvianti. È molto meglio essere sinceri, ricordiamo il concetto di satya (verità).

Nessuno può sapere tutto, su tutte le scuole, su tutte le tecniche: ciascuno, studiando e formandosi adeguatamante con corsi appropriati, si specializza su un determinato campo e lo approfondisce.

Ognuno di noi ha un suo percorso che lo ha portato a apprendere e sperimentare determinate tecniche ed è proprio su quelle che avrà più valore e profondità il suo insegnamento.

Insegnare tecniche che non sono state interiorizzate e vissute adeguatamente non può portare beneficio agli altri, anzi è il presupposto per trasmettere confusione o tecniche che possono rivelarsi in seguito rischiose.

Molte persone sono fondamentalmente mosse da una continua curiosità e vogliono imparare sempre techiche nuove: questo è indice di irrequietezza e di superficialità. Quando si incontrano queste persone bisogna gentilmente cercare di correggerle e ben indirizzarle, poi sta a loro scegliere.

Anche nello yoga odierno ci sone le mode... specialmente in occidente, dove si cerca di soddisfare le continue curiosità e la voglia di cambiare per tenere sempre alto l’interesse delle persone.

C’è bisogno di autenticità, specialmente nello yoga, altrimenti come ci salviamo dalle illusioni del nostro mondo e del nostro pensiero limitante, che ruota continuamente intorno all’ego?

Attravero la pratica interiorizzata dei mantra più tradizionali, realizziamo il loro scopo originale, che è quello di rendere la mente pura, eliminando l’inquietudune che sorge dal desiderio e dalla paura.

Mantra come la Gayatrî, il Triyambaka, la mistica sillaba OM, sono dei doni divini nelle mani degli esseri umani che cercano un significato più alto dell’esistenza.

Mantra e Nâda sono intimamente correlati: i molti santi musicisti nella storia dell’ India, come Tan Sen, Thyagarâja, Purandaradâsa, sono la testimonianza di come il suono della voce e degli strumenti musicali possono, se usati nel modo appropriato e con giusta intenzione, condurre dal suono prodotto fisicamente, âhata-nâda, al suono che esiste al di là dei fenomeni fisici e materiali, cioè lo anâhata-nâda, che è di natura spirituale e pervade il cosmo.

Lo hatha-yoga, che a torto viene considerato da molti come uno yoga solamente fisico, trova nella Hatha-pradîpikâ uno dei libri più importanti che espongono questa scuola di pensiero.

È proprio in questo libro che si trovano delle bellissime spiegazioni riguardo al nâda. Inoltre la meditazione della Hatha-pradîpikâ è proprio basata sul suono, sul nâda. Infatti nel quarto capitolo si spiega che nâdanusandhâna, l’assorbimento e la fusione nel suono interiore, è la pratica meditativa consigliata dall’autore del libro, il saggio Svâtmarâma.

   

C’è ancora molto da imparare dai testi classici, per trarne ispirazione, per riflettere, per alimentare la motivazione alla pratica. C’è anche bisogno di ritrovare la samplicità, la purezza, la luce che sono nel cuore di ogni essere, in ciascuno di noi, e che attendono semplicemente che vengano rimossi gli ostacoli che ne impediscono l’espressione.

   


Adalberto Zappalà, cultore dello Yoga dal 1974, lo insegna dal 1981. Ha studiato e perfezionato lo yoga ottenendo il diploma di insegnante di yoga e il diploma in yogaterapia dalla Federazione Italiana Yoga. Ha compiuto frequenti viaggi di studio in India ed ha conseguito il Certificate of Yoga Eclucation presso l'istituto Kaivalvadhama di Lonavla, India. Dal 1983 studia il sitar e la musica classica indiana sotto la guida di maestri indiani ed in particolare segue la scuola di Ustad Usman Khan. Successivamente studia il metodo di Vemu Mukunda seguendo un corso triennale. Ottiene il Diploma in Musicoterapia (metodo Nada Brahma, basato sui concetti della filosofia yoga). Tiene seminari per insegnare le tecniche del Metodo Nada Brahma di Vemu Mukunda presso Centri Yoga, Istituti Scolastici, Licei Musicali.

  

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