| M. V. Waterhouse | ||
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Rinunciare ai frutti Attraverso l'azione
purificata e illuminata lo yogin si affranca dai legami del karman |

Yogin intento alla lettura delle Scritture
L’azione influenza il nostro futuro, forse si dovrebbe dire "il futuro", quindi è molto importante per noi comprenderla correttamente. L’azione non è confinata all’organo esterno – il corpo – ma include anche l’attività dell’organo interno, l’antahkarana. L’autorità più elevata in materia di azione è la Bhagavad-gîtâ e non esiste altro libro in cui la psicologia dell’azione sia stata esaminata in modo più sottile ed esaustivo.
L’azione in sé non viene criticata nella Gîtâ o negli altri testi tradizionali dell’Adhyâtma-yoga. È solo quando l’uomo la utilizza come veicolo per i suoi desideri personali e per la liberazione delle sue vâsanâ, o tendenze latenti, che viene ammonito. Il principe Arjuna, nella Gîtâ, lungi dall’essergli richiesto di non agire, viene anzi invitato a farlo, e gli viene indicato come. Non è l’azione che intralcia, bensì l’idea di compierla. Fino a che vi identificherete con un’azione e con i suoi risultati, ne risulterete indeboliti, in quanto sarete esposti all’inevitabile succedersi degli eventi che l’azione stessa comporta. Inoltre questo senso di identità si contrappone direttamente all’insegnamento centrale dell’Advaita: la non identificazione.
Nel Vishnu-purâna viene descritto come, nella notte dei tempi, i deva e gli asura (le forze della luce e dell’oscurità) si scontrarono in una furiosa battaglia. Alla fine tutti gli asura furono uccisi e rimasero solo i deva. Per molto tempo questi vissero una tranquilla vita di contemplazione, senz’ombra di discordia. In seguito il Signore cominciò ad agitarsi e si rese conto, di che cosa? Di essere soddisfatto di ciò che aveva creato? No! Si rese conto della mancanza di varietà, della monotonia, della scarsità di ricchezza dell’intero universo e cominciò ad esaminare il problema. Come conseguenza creò migliaia di nuovi asura; di modo che attraverso il predominio e la varietà del samsâra, fu nuovamente ristabilito il corso naturale degli eventi ed egli si dichiarò soddisfatto. Un’altra storia narra che i figli di Brahmâ, nati con sette menti, furono introdotti nel samsâra, rifiutarono di assumere un ruolo qualsiasi nella scena del mondo, sedendo in contemplazione, senza generare figli, né produrre opere. E nuovamente il Signore si dichiarò insoddisfatto e creò i grandi saggi, tra cui Vasistha e molti altri, che si sposarono e vissero una vita di grande valore sia cosmico che terreno.

Nascita di un asura (tempera del sec. XVIII)
La morale di queste storie è che l’azione non solo non viene considerata biasimevole né deve essere evitata, ma è ritenuta l’essenza pura del samsâra, che, dopo tutto, è di origine divina. Non solo l’azione deve proseguire perché il mondo continui, ma il Signore ha decretato che essa continuerà. Ognuno di questi punti è espresso in parole chiare nei primi capitoli della Gîtâ.
Ora, se come fino a qui è stato dimostrato, l’azione in quanto tale è incoraggiata dalla filosofia, qual è la difficoltà? Questa consiste nel capire qual è il modo corretto di agire e di considerare l’azione.
I cinesi, che capiscono a fondo le leggi che governano la retta azione, affermano che un giocatore avrà successo se scommette solo un gettone. Invece, se punta la sua cintura (il cui possesso è prezioso in Cina) diventerà nervoso, e se gioca dell’oro perderà il suo intuito. La sua abilità è la stessa in ogni caso, ma è distratto dal valore delle scommesse. Ciò dimostra che tutti coloro che danno importanza all’esterno (i frutti) si ritrovano senza risorse all’interno.
Secondo la Gîtâ, l’azione in se stessa non può condurre a Dio. Essa porta al karman (il legame di causa ed effetto) e al mantenimento del samsâra, e il karman conduce alle nascite e alle morti future, senza fine. Si può dire che lo Yoga altro non sia che il completamento o l’eliminazione del karman: è la scienza dell’azione purificata e illuminata, grazie alla quale la conoscenza viene svelata, il karman fermato e infine ridotto all’inazione. L’azione non conduce a Dio, cosa che avviene invece con l’offerta della stessa e dei suoi frutti a Lui. Quindi la maniera giusta e tradizionale di agire consiste nel farlo, ma senza che l’azione vincoli: ovvero come un agente o un attore, senza alcun senso di responsabilità o senza pensare "io sono l’autore di questa azione".
Quando le azioni sono eseguite in questo modo danno risultati, ma questi non coinvolgono l’uomo che le compie. Esse adempiono uno scopo cosmico, non individuale.
Se venisse detto in modo diretto che l’uomo deve intraprendere l’azione come un attore o un agente, e non come un istigatore, molte persone giungerebbero alla conclusione affrettata che sarebbe meglio assumere un atteggiamento irresponsabile e indulgente nei confronti della vita. Tuttavia, quando andiamo a teatro, non ci aspettiamo di vedere un attore attraversare con fare scomposto il palco per rivolgersi al pubblico dicendo: "Non biasimatemi, non l’ho scritta io la commedia". No, ci aspettiamo di vederlo recitare con intensità, come se stesse vivendo appieno la parte, e la stessa cosa vale per il grande pubblico degli dèi onnipotenti, che vuole vederci interpretare i nostri ruoli nel dramma cosmico, così come sono stati scritti, senza aggiunte né tagli.
La sensazione di essere l’autore di un’azione è collegata con il successo o il fallimento della stessa. È certamente così, ed è inutile chiedere a qualcuno di intraprendere un lavoro e allo stesso tempo di non curarsi dei risultati. Questa impresa potrebbe essere compiuta novantanove volte su cento, ma il fallimento della centesima evidenzierebbe l’errore dell’intero ragionamento. Il solo modo di compiere opere che non solo non vincolino l’uomo, ma che favoriscano attivamente il suo progresso, consiste nell’eseguirle come un sacrificio al Signore, considerando se stessi come Suoi devoti.

La figura del sadhu
esprime appieno
la rinuncia all'azione egoistica
A questo punto le persone si diranno: "Sì, ma non tutte le azioni possono essere compiute così. Ci sono vari tipi d’azione. Qual è la risposta?"
Il Dr. Shastri ha spiegato che l’azione può essere inserita nelle seguenti tre categorie:
1) azione automatica e istintiva o reazione;
2) azione autocosciente o guidata dal desiderio;
3) azione sovracosciente o guidata cosmicamente.
Il tipo di azione inconscia e istintiva è la reazione comune a tutti i fenomeni – uomo incluso – agli stimoli, quali lo schiudersi dei germogli al calore e alla luce del sole, le fusa di un gattino vicino al fuoco, lo scacciare con la mano un moscerino, la digestione e così via.
Nella seconda categoria, le azioni guidate dal desiderio vengono intraprese per gratificare quel punto centrale della coscienza dell’uomo che egli chiama il suo sé. Il problema dell’azione giusta e della sua attuazione è confinato a questa categoria. Le azioni intraprese nella prima categoria sono troppo elementari e nella terza troppo impersonali ed elevate, perché possano inserirsi in esse sentimenti d’egoità. Il pericolo, nell’azione, sta nel credere da parte dell’uomo che egli stesso è l’autore dell’azione. Quindi la categoria d’azione guidata dall’ego e formulata dal desiderio è l’unica che dobbiamo prendere in esame. L’uomo deve imparare a controllare la sua azione, cioè quella del secondo tipo, per superarla e agire solo secondo le leggi della terza categoria. Quando ha imparato a farlo, viene definito servitore o strumento di Dio e grazie a lui il disegno cosmico può essere favorito.
(continua)
Tratto da Il potere dietro la mente, Magnanelli, Torino, 1994.
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