| Lorena Pajalunga | ||
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Come un pesce nell'acqua La corretta preparazione di matsya-âsana agisce in profondità a livello introspettivo |
La preparazione di matsya-âsana (posizione del pesce) è molto semplice e, grazie alla respirazione che assume un’importanza fondamentale, costituisce una pratica di grande introspezione.
Contattare lo spazio del cuore è sempre un’esperienza profonda. Sul piano fisico tale esperienza si accompagna all’apertura e allo sblocco dell’area toracica, zona questa fisiologicamente molto rigida e poco suscettibile ad essere resa più elastica. L’irrigidimento di quest’area è, sovente, l’espressione corporea di un vissuto legato al bisogno di proteggersi e di chiudersi rispetto a ciò che è esterno a noi. Esercitando questa tecnica, con consapevolezza, attenzione e dolcezza, potremo giungere, gradualmente, a contattare lo spazio del cuore!
Ricordo che l’artrosi cervicale è una delle controindicazioni alla pratica di questo âsana: eseguite sempre la pratica con grande attenzione e dolcezza per non creare problemi a questa zona del rachide, così delicata.
Preparazione in piedi
Dalla posizione eretta ricerco la retroversione del bacino, tengo l’addome controllato. Prendo coscienza della posizione delle braccia e delle spalle. Centrando l’attenzione sul respiro, durante la fase inspiratoria apro le braccia fino a ruotare le spalle, lasciando che il movimento parta dalle mani per andare a ricercare l’apertura, l’espansione, la dilatazione del torace e della zona delle clavicole. La testa è arretrata, il mento reclinato sullo sterno, permettendo in questo modo al tratto cervicale di riallinearsi (fig. 1).
Conservando il controllo della parete addominale, percepisco la pressione interna data dal volume dell’aria inspirata che aumenterà in tutta l’area toracica e clavicolare.
L’intera area toracica, compresa quella clavicolare, è coinvolta, così come i lati e il dorso.
Continuando con questa modalità del respiro, piego i gomiti a formare un angolo di 90 gradi, extraruoto gli avambracci, mani strette a pugno (fig. 2).
Mantengo una condizione di coscienza in espansione che mi permette di cogliere le sensazioni legate alla posizione e, anche grazie all’ascolto del respiro, ciò che ad un livello più sottile si comincia a manifestare. Questo tipo di azione estremamente semplice sul piano fisico può produrre un effetto molto profondo se la nostra attitudine interiore è sufficientemente introspettiva e consapevole.
Porto l’attenzione alle cervicali. È necessario avere dei riferimenti precisi su come posizionare la testa rispetto allo spazio: 1) il mento è abbassato; la punta del naso è allineata rispetto la parte inferiore dei lobi auricolari. L’attenzione alla nuca risulta essere estremamente utile nelle posizioni di estensione (fig. 3).
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| Fig. 1 | Fig. 2 | Fig. 3 |
Poi ascolto le sensazioni di shavâsana (fig. 4).
L’area toracica è spesso poco libera: racchiude molte nostre paure. Le spalle si chiudono, si contraggono per proteggerci. È la difesa inconsapevole verso una libertà superiore, elevata: aprire il cuore significa aprirsi ad una qualità d’amore universale.
Percepisco lo spazio del cuore: ad ogni ispirazione entro in contatto con lo spazio tutto attorno ad esso: tale immagine va vissuta sia come organo vitale, ma soprattutto come spazio energetico e lo percepisco in continua espansione, inspiro dopo inspiro, senza percepirne una riduzione durante la fase espiratoria.
Piego le ginocchia, piante dei piedi a contatto con la terra. Le braccia piegate hanno i gomiti a contatto fra di loro. Porto le braccia dietro la nuca in modo da avere le dita delle mani alle prime cervicali. La testa, dopo aver ricercato il completo allineamento cervicale, rimane completamente passiva e raggiunge il pavimento sostenuta dalle mani (fig. 5).
Porto le braccia lungo i fianchi, le piego, esercito una pressione con i gomiti a terra tenendo le braccia perpendicolari rispetto al pavimento (fig. 6).
Spingo le spalle indietro, premo con la nuca, mento reclinato sulla gola, estendo le cervicali. All’inspirazione ricerco un autoallungamento della nuca che coinvolge il rachide sino al sacro. Questa benefica estensione la ricerco sempre mantenendo un respiro armonioso e sereno. Anche durante la fase espiratoria, la pressione su i gomiti rimane attiva; ad ogni successiva inspirazione incremento l’intensità della spinta delle braccia verso il pavimento e la conseguente azione sul dorso; si potrebbe arrivare a percepire che esso (il dorso) si stacchi da terra.
È possibile poi, rovesciando la testa all’indietro, assumere una delle varianti della posizione del pesce: la posizione classica prevede l'incrocio delle gambe in padma-âsana (fig. 7).
Usciti dalla posizione si piegano le gambe: in questo modo è possibile proteggere le lombari evitando di creare una lordosi eccessiva. L’addome è rientrato: anche se la respirazione è diaframmatica, la muscolatura addominale controllata non permette all’addome di espandersi. Il ritmo respiratorio deve comunque mantenersi armonioso. Extraruoto le braccia (come abbiamo visto in precedenza nella posizione in piedi) tenendo i gomiti sempre a 90 gradi in modo da coinvolgere, attraverso il respiro, l’area clavicolare e, come conseguenza, produrre un effetto che giunge a coinvolgere la zona apicale dei polmoni.
Entro in una condizione di coscienza ampia, espansa, curando soprattutto l’espiro ed accettando di rimanere a lungo in questa irreversibilità in modo sereno, consapevole, non forzato.
Diffondo la coscienza in tutti gli spazi interni del torace; lascio che il prâna impregni, permei tutta quest’area.
Su una inspirazione sollevo le braccia portandole, poi, distese oltre il capo.
Intreccio le dita delle mani e mi sento espandere, respiro dopo respiro, continuando ad esercitare una respirazione toracica e clavicolare (fig. 8).
Prendo coscienza dell’area ascellare, dell’attività respiratoria in tutta la gabbia toracica. Sollevo gli arti inferiori ricercando una distanza da terra di circa 45 gradi. L’addome va sempre tenuto contratto (fig. 9).
Quando la posizione diventa eccessiva appoggio di nuovo i piedi a terra ripiegando le gambe. Le braccia ritornano lungo i fianchi. Do nuovamente estensione al tratto cervicale e poi ricerco nuovamente shavâsana.
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| Fig. 4 | Fig. 5 |
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| Fig. 6 | Fig. 7 |
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| Fig. 8 | Fig. 9 |
Ascolto delle sensazioni
La schiena è molto calda poichè la circolazione sanguigna è accresciuta.
Con questa azione l’ho stimolata e ossigenata.
Questo nutrimento supera la prova fisica, è su di un campo ben più sottile: quello pranico.
La coscienza della zona apicale dei polmoni si è maggiormente accresciuta e sviluppata.
Ritorno al cuore, ascolto, non giudico. Lascio emergere.
Che la coscienza cellulare si impregni di questa esperienza di apertura, di espansione…
Lorena V. Pajalunga, diplomata presso la Bihar School of Yoga di Satyananda a Munger (India) e successivamente presso la FIY, dirige l’Associazione Darsana Path di Vimercate. Ha conseguito il Master per educatore yoga nella scuola, patrocinato dall’Unicef e dall’Università di Bologna. è docente nei Corsi di Formazione all’Insegnamento dello Yoga promossi dall’ISYCO.
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