Ero sul volo Bombay-Trivandrum. Accanto a me sedeva un uomo affilato, ascetico e sorridente che rispondeva al nome di Jethalal Zaveri. Attaccammo discorso. Mi disse di essere un docente universitario, parlammo della diffusione del Buddhismo in Occidente, e gli chiesi perché la prima pagina di un giornale di Bombay che stavo sfogliando annunciasse con toni entusiastici la fine del digiuno, di cui era documentata anche la durata, da parte di personaggi evidentemente famosi. Mi spiegò che si trattava di illustri personalità della comunità jainista di Bombay, e che i jainisti seguono due pratiche fondamentali di purificazione. La prima era appunto il digiuno, e al proposito disse che sia lui sia la madre dedicavano molti giorni al mese al digiuno, assumendo solo liquidi e in dose minime. La seconda pratica consisteva in quello che chiamava look and relax, "guarda e rilassa". Ammisi di sapere ben poco di Jainismo, ci scambiammo gli indirizzi, e due mesi dopo mi arrivò un libro intitolato Preksha-dhyâna, con una annotazione a mano: "The Jaina system of meditation".
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Mahâvîra in
meditazione
Vardhamâna Mahâvîra, detto Jina,
«il Vittorioso» fu il fondatore del jainismo. Immagine tratta da: http://www.kamat.com/indica/alamkara/7122.htm |
Preksha-dhyâna designa il percorso di liberazione jainista. Il termine dhyâna è noto ai praticanti dello yoga come lo stato di "meditazione" che segue alla stabilità della "concentrazione" (dhâranâ) e prelude alla perfetta unione del samâdhi. Il termine preksha (da pra-iksh) indica un "perfetto guardare", semanticamente simile alla visione profonda (vipashyanâ) del Buddhismo. Come le "otto membra dello yoga" e l'ottuplice sentiero buddhista, anche il preksha-dhyâna jainista si divide in otto parti. La tecnica del "guarda e rilassa" concerne il primo membro di questo sistema: il totale rilassamento e immobilità fisica (kayotsarga), requisito indispensabile per i passi successivi. Questa immobilità rilassata viene appunto ottenuta attraverso la tenica del look and relax, un rilassamento volontario della muscolatura associato alla sospensione dei movimenti del corpo e a una drastica riduzione delle attività metaboliche.
Jethalal Zaveri mi descrisse brevemente la tecnica. Si inizia dall'alluce del piede destro, lo si "guarda" mentalmente e lo si rilassa. Si passa alle altre dita del piede destro, una per una e segmento per segmento, "guardando" ogni punto e rilassandolo. Poi si risale lungo la gamba destra, "guardando" e rilassando ogni fascio muscolare. Quindi il piede e la gamba sinistra, il tronco (pezzo per pezzo il lato anteriore e posteriore), il braccio destro, il braccio sinistro, il collo, la gola e infine la testa (mento, mascelle, labbra, lingua, guance e gli altri muscoli facciali, naso, occhi, orecchie, tempie, fronte e cuoio capelluto).
Ogni muscolo è inizialmente indotto a rilassarsi per "autosuggestione", ma a rilassamento avvenuto l'autosuggestione non occorre più e il rilassamento diventa una reale esperienza.
L'esercizio va praticato per alcuni minuti prima di ogni sessione di meditazione e, in modo indipendente e slegato dall'immediato aggancio alla meditazione, per periodi più lunghi (30-45 minuti) in momenti diversi della giornata. Questa seconda pratica è intesa a rimanere calmi, rilassati e imperturbati in qualunque situazione della vita.
Il rilassamento che precede in modo specifico la sessione meditativa esige la postura in piedi. Si narra infatti che il fondatore del Jainismo (Jina, "Vittorioso"), rappresentato nell'iconografia sempre in piedi, rimproverasse di fiacchezza e scarso nerbo il Buddha, che prediligeva la posizione seduta. Naturalmente la postura in piedi è per il praticante avanzato, mentre per il principiante si ammette la posizione seduta (loto completo, mezzo-loto, posizione del diamante, ecc.). Solo eccezionalmente è ammessa la posizione distesa. Nella postura in piedi, i piedi sono paralleli e alla distanza di 10 centimetri. Le braccia scendono liberamente lungo il corpo, il palmo delle mani è rivolto verso la gamba, e le dita puntano in basso. Nella posizione seduta, le mani poggiano sulle ginocchia con il palmo rivolto verso l'alto; gli indici toccano la radice dei pollici, premendola leggermente, e le altre dita sono distese. Dopo aver assunto la postura, si svuotano i polmoni e si fa una inspirazione lunga e profonda (della durata di 4-5 secondi); quindi si intona il mantra arham in concomitanza con l'espirazione, che dura 12 secondi. Nei primi 2 secondi si emette il suono a, concentrandosi sull'ombelico; nei successivi 4 secondi si emette il suono rha, concentrandosi sul cuore; infine si emette per 6 secondi il suono m, "simile al ronzio di un'ape", concentrandosi sulla cima del capo. La recitazione del mantra va ripetuta nove volte, sentendo la vibrazione che riempie i tre centri citati e visualizzando la stessa vibrazione che costruisce attorno al praticante un'armatura che lo proteggerà da influssi disturbanti per la durata della meditazione.
Naturalmente si avverte di non usare mai la forza, ma di adottare l'atteggiamento di una madre persuasiva e amorevole nei confronti di un bambino ostinato. L'altra avvertenza è non trasformare il rilassamento profondo in un procedimento meccanico, ma farne una forma di vita cosciente per attraversare rilassati il gran mare delle tensioni quotidiane.
Il rilassamento profondo è ritenuto più benefico del sonno fisiologico e un antidoto diretto alle malattie psicosomatiche prodotte dalla tensione. La considerazione fisiologica che rende desiderabile il rilassamento si basa sul fatto che tensione e stress (caldo, freddo, ira, eccitazione, dolore e gioia) innescano dei meccanismi reattivi automatici nell'ipotalamo, nelle surrenali (che secernono adrenalina) e nel sistema simpatico, che è il responsabile della reazione "lotta o fuggi". Effetti fisiologici negativi della tensione sono: un minore apporto di sangue allo stomaco, a detrimento dell'attività della digestione; secchezza alle ghiandole salivari; aumento del ritmo respiratorio; rilascio degli zuccheri immagazzinati (glicogeni) dal fegato, che li ridistribuisce ai muscoli nuovamente sotto forma di glucosio; aumento della frequenza cardiaca con relativo aumento della pressione del sangue. La tensione e lo stress abbassano la qualità della vita, e trenta minuti di rilassamento profondo volontario contrastano la tensione molto meglio che otto ore di sonno inconscio.
Il kayotsarga è inoltre una preparazione alla morte fisica, perché ne è una simulazione volontaria. Accanto all'immobilità e al totale rilassamento occorre infatti diminuire drasticamente il ritmo respiratorio "come se la funzione respiratoria si arrestasse del tutto", arrivando a un ciclo respiratorio al minuto. A ciò segue l'esperienza di estrema leggerezza di fluttuare al di fuori del corpo, comprendendo così che la riduzione al minimo delle funzioni vitali, quanto di più prossimo alla morte è dato da sperimentare a un organismo, non è affatto morte ma vita più sottile. L'essenza di questa pratica consiste nel comprendere per via esperienziale che la coscienza è altra dal corpo, e che diventa tanto più presente e percepibile quanto più il corpo è inerte e dimenticato.
Gianpaolo Fiorentini, socio fondatore dell'ASYCO, dirige la collana "Spiritualità sperimentale" per la Casa Editrice Magnanelli. Nel 2006 ha pubblicato il volume Râma e Sîtâ - La storia d'amore dell'India.
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