Selene Calloni 

Immobile come un albero

Vriksha-âsana, la postura d'equilibrio per eccellenza:  radicati a terra e abbandonati alla posizione per arrivare alla spiritualità

   


"Si porti il piede destro alla base della coscia sinistra e si resti, poi, immobili come un albero nella terra. Questo è chiamato vriksha-âsana". Così recita la Gheranda Samhitâ, un testo tantrico che si ritiene databile tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo.

La Gheranda Samhitâ raccoglie la descrizione di numerose posture che concorrono a formare le tecniche del cosiddetto "hatha-yoga" o "Yoga violento". La pratica di queste posture non è una via ascetica, come, a volte, viene ritenuta. È tipica, infatti, del tantrismo una concezione non metafisica, e quindi non ascetica, della pratica spirituale.

La postura dell’albero, che prevede di rimanere "immobili come un albero nella terra", è per eccellenza una posizione di radicamento nella materia, considerata fonte vera di ogni attività spirituale. Equilibrare il corpo significa, dunque, nella visione tantrica, acquisire un perfetto stato di stabilità della coscienza, giacché corpo e anima, materia e coscienza sono, in linguaggio tantrico, termini distinti ma non separati.

   

Preparazione

Vriksha-âsana è, a ragione, ritenuta la postura d’equilibrio per eccellenza.

L’equilibrio fisico è proporzionale allo stato di rilassamento del corpo e di calma della mente, dunque è bene, prima di iniziare la pratica della postura, concentrarsi per qualche minuto sul corpo al fine di prendere consapevolezza delle tensioni muscolari per rilassarle. Si può fare ciò anche stando in piedi con le ginocchia leggermente piegate, le braccia cascanti lungo i fianchi e la testa cascante in avanti. A occhi chiusi si ascolta attentamente tutto il corpo, sciogliendo le tensioni muscolari fino a percepire il corpo in uno stato di abbandono.

   

Esecuzione

Riaprendo gli occhi, è importante fermare lo sguardo su un punto all’esterno del corpo e fissare la mente su un punto interno al corpo, per esempio il moto spontaneo del respiro all’interno del ventre o il chakra ombelicale. L’equilibrio migliora se la mente si fissa in un punto al di sotto della linea della vita, poiché l’equilibrio del corpo è uno stato di radicamento alla terra.

Mantenendo sguardo e mente immobili, si afferra con una mano la caviglia corrispondente e si porta il piede contro la parete interna della coscia opposta subito al di sotto dell’inguine.

Si deve praticare una certa pressione del tallone contro la coscia per evitare al piede di scivolare.

Quindi si portano le mani giunte a preghiera davanti al torace (fig. 1) o al di sopra della testa (fig. 2), o anche si tengono le braccia aperte ai lati del corpo (fig. 3) con le dita nella cin-mudrâ (pollice e indice a contatto).

In mancanza di una discreta elasticità dell’articolazione dell’anca e dei muscoli delle gambe, il piede tende a scivolare non appena la mano lo abbandona, in questo caso si può provare ad appoggiare il piede davanti alla coscia con la pianta rivolta verso l’alto (fig. 4), facendo, però, attenzione a non flettere il corpo in avanti.

In ogni caso il piede dovrebbe rimanere appoggiato alla parte più alta della coscia e non all’altezza del ginocchio.

Infine, non appena ci si sente sicuri e stabili su di una sola gamba, si deve provare a chiudere gli occhi.

Chiudendo gli occhi si dovrà fare attenzione che le pupille non si muovano sotto le palpebre abbassate, a tal fine è buona cosa immaginare di continuare a vedere anche a occhi chiusi lo stesso punto che si stava fissando poc’anzi a occhi aperti.

La posizione è completa quando il corpo resta immobile a occhi chiusi.

Fig. 1 Fig. 2 Fig. 3 Fig. 4

   

Nella postura

Le oscillazioni del corpo vanno assecondate, l’immobilità non deve essere confusa con l’irrigidimento: come l’albero dal tronco elastico e flessibile ondeggia nel vento e non viene da questo sradicato, così il corpo che asseconda le oscillazioni spontanee non cade durante l’esecuzione di vriksha-âsana.

La capacità di mantenere l’equilibrio è proporzionale allo stato di abbandono fisico e mentale, dunque se mi tengo in posizione cado, se invece mi abbandono alla posizione ho più possibilità di restare in equilibrio anche a occhi chiusi.

Nella pratica dello yoga di matrice tantrica, com’è appunto lo hatha-yoga, una grande attenzione deve sempre essere posta sulla coincidenza tra corpo e anima. L’equilibrio del corpo e la chiara visione mentale vanno di pari passo.

Chi pratica lo yoga conosce la paura come una condizione di tensione, di squilibrio del corpo che la meditazione può aiutare a superare. La paura, che nasce dall’attaccamento a sé, è il riflesso del senso inconscio dell’ego, la meditazione è il porre l’attenzione sul proprio ego per conoscerlo e dissolverne l’influsso nocivo, il maleficio, che esso esercita sul corpo e sulla mente.

Una buona esecuzione della postura dell’albero richiede una buona elasticità delle articolazioni, specie quelle delle anche, e dei muscoli, in particolare quelli delle gambe, nonché un senso di profonda o, potremmo dire, inconscia e fisica fede capace di sciogliere il maleficio dell’ansia e della tensione nel corpo.

   

Alternare la gamba d’appoggio

Appena la gamba portante dà segni di stanchezza o l’equilibrio viene perso, è bene alternare la posizione delle gambe, reggendosi sull’altra gamba.

Quando si avverte una certa stanchezza in entrambe le gambe, oppure si scopre il riformarsi di piccole tensioni nei muscoli del corpo, nella fronte, negli occhi o in altre parte del viso, è bene sostare nuovamente per qualche minuto in posizione eretta, con entrambi i piedi a terra, perpendicolari alle spalle, le ginocchia leggermente piegate, le braccia cascanti lungo i fianchi e la testa cascante in avanti, per ritrovare lo stato di rilassamento generale, prima di continuare nell’esecuzione della postura dell’albero.

I tempi di durata della posizione sono dati, chiaramente, dalla capacità individuale di rimanere in equilibrio.

   

Variante con ujjâyî e mûla-bandha.

Non avendo difficoltà a praticare la postura, è possibile eseguire, nella postura, il controllo del respiro e la pratica di una bandha secondo le indicazioni che seguono.

Si tenga un respiro lento e profondo dal naso, praticando ujjâyî-prânâyâma, una tecnica di controllo del respiro nella quale si contraggono parzialmente i muscoli all’interno della gola per restringere i condotti dell’aria e poter rallentare al meglio la respirazione. Tale contrazione fa sì che l’aria, entrando e uscendo dalla gola, produca un suono che è simile al suono del respiro pesante che si emette spontaneamente durante il sonno.

Si trattenga il respiro al termine di ogni inalazione praticando il mûla-bandha, la contrazione dei muscoli del pavimento pelvico. Si rilassi poi la contrazione non appena si riprende a esalare.

I movimenti ripetuti di contrazione e rilassamento dello sfintere anale e di tutto il pavimento pelvico (l’area corrispondente ai primi due chakra) consente un maggior legame con la terra e con l’energia che da essa promana.

   


Selene Calloni, psicologa, si occupa di yoga, tantrismo e sciamanismo da vent'anni. Ha pubblicato Energia e armonia nello yoga integrale (1993), Lo yoga del Cielo e della Terra (1994), La reintegrazione attraverso la gioia (1996), Yogin e sciamano (1997), Iniziazione allo yoga sciamanico (1999), Il mito del superuomo (2004).

  

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