| Carla Perotti | ||
| «Mi
ha insegnato a vivere la libertà dell'essere» Ricordo di Jean Klein, maestro di Vedânta e guida lungo la via della non-dualità |
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Jean Klein |
Il mio maestro è un uomo indimenticabile. Era un essere molto dolce, disponibile e generoso, tuttavia era capace, quando occorreva, di una parola dura, lungo la quale l’interlocutore s’arrampicava finalmente oltre se stesso. Ripensandolo vedo per prima cosa il suo sorriso e avverto la sua disponibilità persino dall’altra sponda della vita, dove gioca ormai da quattro anni insieme ai Deva. Anche se lui non è più sulla Terra non lo sentiamo lontano, e poiché egli ha vissuto in modo tutto particolare, non posso dire che sia «morto» come lo sono gli altri.
Una volta dormii nella sua piccola casa di Losanna, il tatami era disteso tra i linga e le statue degli dei e il sogno che feci mi portò lontano, mi indicò un cammino. Anche quella mattina il maestro suonò il violino, lo accompagnava ovunque, e poiché era davvero un musicista egli insegnava lo yoga come si accorda uno strumento, per farlo suonare «giusto». Per questo forse sapeva così bene «ascoltare», e ci insegnava con tanto amore ad essere attenti. Anche quando andavamo nel bosco di Crét-Bèrard ascoltava le voci degli animali e delle foglie, talvolta mi faceva cenno di arrestare le risonanze dei passi e diventavamo scoiattoli.
Un tempo dei suoi seminari era riservato ai colloqui personali, spesso venivano dei malati a chiedergli consiglio, delle persone molto sofferenti. Lui diceva che bisogna accompagnare il paziente dove si trova la salute, «cioè là dove vi è osservazione di se stessi», perché la malattia è un concetto che si è fissato sulla carne di ciò che chiamiamo Destino, ma è la Salute la vera natura del paziente. Così ci insegnava ad andare dietro le cose, dietro la scardinata dualità della condizione umana, sempre esposta al naufragio dei sentimenti e delle emozioni, spesso incapace di vedere la verità semplice e grandiosa in cui si estingue finalmente la battaglia tra il soggetto e l’oggetto.
Quando ci guidava nel lavoro sul corpo egli ci rendeva sensibili ad un ascolto sensoriale molto profondo, così potevamo scoprire i luoghi in cui si erano nascoste le nostre difese e nello stesso tempo restituire il mentale alla sua tessitura originale, oltre le stratificazioni della memoria affettiva. «Realizzate che voi non siete nel corpo, ma è il corpo ad essere in voi, nella vostra osservazione», ci esortava ad una percezione corporale che ci conduceva a «lasciar vivere la domanda» senza soffocarla con risposte fittizie, restando aperti, «lasciando apparire». Perché, diceva, «quando l’attenzione si purifica dalle proprie intenzioni, si produce un movimento convergente dell’avere e del divenire, in un solo punto».
Furono momenti che portammo dentro di noi per sempre, diventarono il nostro essere, un punto di riferimento costante in ogni situazione dell’esistere. Egli ci condusse a trasformare la nostra vita in quella libertà che trascende sia il piacere che il dolore. Anche se la nostra condizione umana, la nostra incarnazione, ci porta talvolta a vacillare, avvertiamo che la nostra mente non è imprigionata, che ci troviamo in uno stato di vuoto in cui la trasformazione si sta compiendo.
«Dovete trovare il punto di equilibrio tra dolore e piacere – spiegava – perché in questo mondo di dualismo non potete perseguire qualcosa senza trascinarvi dietro l’estremo opposto. Se osservate attentamente, vedrete che il piacere ottunde la mente, non tanto quando vi giunge nel corso della vita quanto il piacere che viene cercato, perché questo cercare è sempre mediato dall’ego. Ogni ricerca del piacere rafforza l’ego e accresce la sofferenza». Ci insegnava così a godere pienamente del piacere non cercato, di una cantata di Bach, di un volo di gabbiani, anche del piatto di taglierini di zucchino che gustavamo una volta l’anno allo «Cheval blanc». Ci insegnava a guardare all’amore in modo nuovo, senza possessività, lasciando che tutto fluisse dal cuore, senza andare a caccia: «Nella vita il problema non è di trovare un amico o un compagno, ma di capire la natura distruttiva dell’io e dei suoi movimenti. Se non lo capite, sarete sempre in caccia e troncherete un rapporto per rincorrerne un altro, ripetendo ogni volta gli stessi errori. L’io è così cieco che pensa di potere alla fine trovare il compagno ideale. Troverete la vostra Shakti solo quando la parte maschile e quella femminile dentro di voi saranno in perfetta armonia. L’amore è possibile solo tra due cuori ricchi e pieni di gioia. Il solo problema della vita è scoprire il fondamento del proprio io e mettervi fine, ciò può avvenire solo attraverso quel continuo apprendimento o autoconsapevolezza, che chiamiamo meditazione».
Egli annetteva grande importanza alla meditazione, e sempre, nel corso dei nostri incontri, l’alba si apriva per un’ora sullo straordinario silenzio in cui l’ascolto si libera da ogni proiezione, da ogni giudizio o valutazione. Nella meditazione il pensiero finiva con l’estinguersi, non eravamo più nel passato o nel futuro, ma incontravamo noi stessi in un istante libero da ogni inizio o fine, da ricapitolazione e immaginazione. Nella meditazione si coglie quello che si presenta prima che il pensiero possa intervenire. Allora si comprende, anzi si «sa», che il tempo è solo un pensiero, proprio come il mondo.
E’ una comprensione intuitiva, simile a quella dell’artista che un mattino, svegliandosi, con il corpo ancora non perfettamente integrato, coglie in modo globale il senso della melodia o del dipinto al quale lavorerà. Questo è uno stato dell’essere in cui le energie appaiono riorchestrate, sono diventate armoniose, le dispersioni psicologiche e intellettuali si sono dissolte, fuse in quel presentimento del Sé che ci riempie di un sentimento di pienezza, di amore, di pace.
Anche la sera, quando il giorno chiudeva gli occhi con un’ora di silenzio, ci raccoglievamo intorno al maestro. Ricordo la grande sala in cui la fiamma del camino, alle nostre spalle, si specchiava nella vetrata di fronte a noi, raccogliendo insieme alle lingue di fuoco l’albero e la montagna vestita di neve, così che le direzioni dello spazio sembravano celebrare la trascendenza delle cose. Per questo diventava facile comprendere che lungo la via non duale, la via del Vedânta, non poteva essere questione di una tecnica o di un progredire. Non c’erano gradini da salire, non era questione di disciplina, e ancor meno di un approccio psicologico.
Negli ultimi anni, quando egli soffriva e le protesi della medicina lo penetravano con il loro intrico di tubi, egli non smise mai di indossare il corpo come un abito appena un poco dimesso, con la dignità un po’ ironica che gli era consueta. L’ultima volta lo incontrai in Provenza, in una casa di pietra che respirava la propria calma tra gli ulivi. Sapevo che non lo avrei rivisto, ero commossa ma non infelice, sapevo che egli guardava al corpo con infinita e generosa pazienza, anche questa era una lezione che ci stava impartendo con tenerezza, anche questo era un dono per tutti noi. Ci stava insegnando che la malattia è un regalo per accorgerci più velocemente di ciò che non siamo.
Quando morì mio marito, io mi trovai tra le braccia del maestro a cercare quell’umana consolazione che gli esseri incarnati vanno talvolta questuando. Egli mi spiegò che l’intero problema della morte è basato sulla premessa che siamo nati, ma che cosa è «nato», in realtà? Viviamo sempre con informazioni di seconda mano, ci identifichiamo con un oggetto e allora abbiamo paura. Paura di morire, perché ci siamo presi per un corpo e per una mente e portiamo sulle spalle un io che pesa più di un baule. In realtà nasciamo ogni volta che un pensiero compare e moriamo quando la percezione si estingue. Eppure c’era qualcosa, prima del pensiero… Questo qualcosa era la nostra presenza senza tempo, era il risveglio nell’assenza, comprendere che «non c’è vita dopo la morte perché non c’è affatto morte, c’è solo vita. Non c’è un momento senza coscienza dopo la morte del corpo. La consapevolezza «è», sempre».
Da allora mi sembra di vivere in un perpetuo ringraziamento e con devozione incontro il mio maestro ogni giorno nel mio cuore.
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DUALE O NON DUALE: QUESTO E' IL VEDÂNTA Il Vedânta-darshana, detto anche Uttara-mîmâmsâ-darshana
(Visione dell’ulteriore esegesi) o Brahma-mîmâmsâ (Esegesi del Bráhman),
è uno dei sei principali darshana
o sistemi di pensiero dell’India. Tre sono le sue fonti basilari,
note anche come prasthâna-traya
(Il triplice sistema): 1) le Upanishad,
chiamate anche Vedânta, in
quanto costituiscono l’ultima sezione, cioè la «fine» (anta)
del Veda; 2) i Vedânta-sûtra, più noti come Brahma-sûtra
(«Gli aforismi sul Bráhman»);
3) la Bhagavad-gîtâ. La
concezione fondamentale del Vedânta è la sostanziale identità del
principio cosciente della persona (âtman)
con il principio trascendente e divino di tutta la Realtà (Bráhman).
Nell’àmbito di questo sistema di pensiero si conoscono due tendenze
principali: una advaita e una dvaita. La prima comprende diversi orientamenti, che fanno capo a
pensatori come Shankara, Râmânuja e Vallabha, mentre la seconda è
rappresentata da Madhva. L’Advaita-vedânta o «Non-dualismo» è la posizione
dottrinale che comporta una concezione «non-duale» della Realtà e
scuola corrispondente del Vedânta-darshana, che comprende tre diversi
orientamenti di pensiero, i quali hanno in comune la convinzione che non
sussista dualità fra il principio che costituisce il fondamento
dell’universo (Bráhman) e il principio cosciente della persona (âtman):
il Kevalâdvaita-vâda (dottrina del non-dualismo assoluto) fondato da
Shankarâchârya, il Vishishtâdvaita-vâda (dottrina del non-dualismo
con distinzioni) professato da Râmânujâchârya e lo Shuddhâdvaita-vâda
(dottrina del non-dualismo puro), che fa capo a Vallabhâchârya.
Un’impronta marcatamente advaita caratterizza inoltre le scuole della
religione shaiva sviluppatesi in Kashmîr. Lo Dvaita-vedânta o «Dualismo»
è la posizione dottrinale che comporta una concezione dualistica della
Realtà e scuola corrispondente del Vedânta-darshana, che trova
espressione nel pensiero dell’âchârya
vaishnava Madhva; secondo questa dottrina sussiste infatti una
distinzione fra la Realtà assoluta da una parte e, dall’altra, le
anime individuali e il mondo. (Tratto
da: Stefano Piano, Lessico elementare dell’induismo, Magnanelli, Torino, 2001) |
Carla
Perotti, scrittrice
e giornalista, laureata in filosofia, allieva di Dharmarama e di Jean Klein, da
36 anni pratica lo yoga e condivide tale esperienza presso l’Istituto Sadhana,
dove insegna. è presidente
dell’Associazione Culturale Italo-Indiana di Torino e tiene numerosi corsi e
seminari in altre città italiane.
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