| Lorena Pajalunga | ||
| La lezione di Giocayoga
Un'affascinante esperienza con piccoli allievi che fatalmente diventano i guru dell'insegnante |
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Posizione
dell'albero |
Nella Scuola di Atambé Roberto Piumini racconta di un piccolo villaggio africano dove insegnava Magaba, unica maestra per tanti bambini. Nel villaggio venne costruita una seconda capanna per ospitare anch’essa le lezioni di Magaba e altri bambini, ma non separati per età (come accade da noi): in tutte e due le capanne adibite a scuola c’erano piccoli e grandi, come nelle famiglie e nelle tribù. Magaba andava da una capanna all’altra e insegnava. Quando lasciava una delle due capanne chiedeva aiuto a uno dei grandi affinché i più piccoli potessero continuare ad essere seguiti in sua assenza e imparare anch’essi a leggere e a scrivere. A metà distanza fra le due capanne c’era un grande albero che Magaba sfiorava con la mano o si soffermava a guardare per qualche istante quando passava da una capanna all’altra.
Un giorno cominciò a piovere forte e il fiume continuò ad ingrossare e farsi minaccioso fino a straripare: quando la maestra si rese conto che l’intero villaggio sarebbe stato spazzato via dalla furia del fiume chiamo a sé tutti i bambini e li fece salire sull’albero; prima i più grandi, poi i piccoli affinché fossero aiutati a raggiungere i rami più alti. E quando il fiume arrivò a lambire i piedi prima e parte del corpo di Magaba poi, sull’albero non c’era più posto. I bambini piccoli con una mano si tenevano al ramo, con l’altra presero i capelli dei bambini di sotto. I bambini grandi con una mano si tenevano al ramo, con l’altra presero i capelli della maestra che stava per essere trascinata via dalla corrente e non aveva male ai capelli perché i bambini non tiravano, li tenevano soltanto. Poi l’acqua smise di salire e cominciò a scendere lentamente e si tornò a vedere di nuovo nel terreno il posto delle capanne. «è un buon inizio» pensò Magaba.
Mi piace raccontare questa storia ai miei bambini del gruppo di «Giocayoga», perché è un po’ la nostra storia, a cominciare dal fatto che i bambini hanno scelto di rimanere tutti insieme e non hanno voluto separarsi in due gruppetti un po’ più piccoli, ma omogenei, come invece avevo proposto per esigenze didattiche: non ne hanno voluto proprio sapere e, a distanza di più di due anni, mi rendo conto di quanto tutti noi avremmo perso in questa separazione. Il primo grande insegnamento che ho ricevuto da loro è stato proprio questo. Il gruppo di «Giocayoga» è formato da bimbi che hanno dai tre anni in su e ognuno entra semplicemente così come è, imparando ad essere vero, a non avere alcuna necessità di mostrarsi diverso dal proprio sentire; ciascuno impara la pace, il non giudizio: nel gruppo, tutti si è unici e meravigliosi avendo però a disposizione l’energia di tutti gli altri.
Ho aspettato molto tempo prima di vedere realizzato questo mio progetto, e non solo per una sorta di insicurezza: potrei definirla, al contrario, un’intima consapevolezza nel non sentirsi ancora pronti, sufficientemente preparati ad affrontare quel meraviglioso mondo che sono i bambini.
Swami Niranjananda mi diede questo sâdhana nel 1989, in India, presso la Bihar School of Yoga di Munger, dove proprio in quei giorni egli assunse la carica di direttore, dopo la dipartita di Swami Satyananda dall’ashram. Fu durante il rito di iniziazione a karma-sannyasin che egli mi spiegò il significato del nome che aveva scelto per me e quale fosse il mio sadhana, cioè il mio compito all’interno del «grande Yoga». Forse è anche per questo che ho atteso tanto per poter affrontare al meglio questo dono, che come tutti i doni è uno scambio, è dare e ricevere, anche se la sensazione è sempre quella di ricevere molto di più di quanto non si sia in grado di dare.
Da quella data in cui, oltre a questa iniziazione, ricevevo anche il mio primo diploma di insegnante di Yoga, è passato molto tempo ed il mio desiderio di conoscenza mi ha portato molte altre volte in India al cospetto degli ultimi grandi Maestri (Swami Chidananda primo fra tutti), e anche qui in Europa, dove ho avuto la fortuna di incontrare tanti insegnanti che, ciascuno con le proprie peculiarità, mi hanno permesso di aggiungere ulteriori tasselli alla mia pratica, al mio sadhana.
Ma in cuor mio sapevo che qualche cosa d’altro, prima o poi, dovevo affrontare; tutto ciò che imparavo e che a mia volta insegnavo agli adulti con grande amore e grande dedizione, non era ancora sufficiente: mancavano i bambini. Ora, lungi da me l’idea di essere arrivata (dove, poi?); posso dire di cominciare ora ad intravedere la strada che qualcuno molti anni fa mi aveva indicato con tanta convinzione.
Nella pagina che segue ho posto l’accento su alcuni dei giochi che noi utilizziamo per avvicinare i bambini alla pratica dello Yoga. Tengo però a precisare che lo schema di ciascuna seduta di «Giocayoga» è molto aderente alla tradizione, e il lavoro svolto è davvero incentrato sui grandi insegnamenti dello yoga, senza tralasciare nulla. Anche quelle cose che potrebbero sembrare banali, ma non lo sono, soprattutto in una fase di crescita così delicata. Penso ad esempio alla richiesta, da parte nostra, di lasciare le scarpe ed i cappotti in perfetto ordine prima di incominciare la pratica, o all’attenzione completa che va al compagno che parla e che va sostenuto, incoraggiato, ma mai prevaricato. Questi sono i primi grandi insegnamenti per non trovarci poi ad avere a che fare con adulti che non sono nemmeno in grado di fare questo, magari in un consiglio di classe.
Nel proporre lo yoga ai bambini seguo una traccia, una sorta di canovaccio che rimane fisso in tutte le sedute, modificando poi all’interno di esso le pratiche a seconda degli obiettivi che mi prefiggo; le proposte varieranno di molto se sento il gruppo molto stanco e con la necessità di «scaricare» energia, piuttosto che proporre giochi di interiorizzazione se scelgo di guidare una meditazione finale.
Lo schema, più o meno, è il seguente:
• In cerchio. Momento rituale di condivisione che apre e chiude la pratica.
• Il gioco. Rappresenta uno strumento straordinario per poter passare messaggi importanti (collaborazione, rispetto, fiducia), senza utilizzare le parole ed i soliti canali di comunicazione. I bambini hanno la possibilità si sperimentare situazioni completamente nuove o inusuali (la richiesta potrebbe essere quella, ad esempio, di agire secondo modalità diverse dal parlato, utilizzando il «tocco», il sorriso o lo sguardo).
• Posture. Tutte le proposte che riguardano gli âsana vanno fatte eseguire in sequenze dinamiche, mai tenute a lungo. è importante insegnare il rispetto per il proprio essere e l’accettazione (in particolar modo nell’adolescenza) di tutte quelle rigidità sul piano fisico che hanno una valenza positiva in quanto servono a proteggere il corpo sottoposto in questo momento della vita ad una crescita rapidissima.
• Presa di coscienza del respiro. Un piccolo animaletto che si posa sulle varie parti del tronco oppure le bolle di sapone diventano alleati preziosi alla scoperta di questo incredibile mondo legato alla respirazione.
• Fase di rilassamento. Piccole pratiche di yoga-nidrâ o visualizzazioni (i tempi sono molto ridotti rispetto alla pratica per adulti), a cui si fa seguire il disegno libero, utilizzando i materiali più diversi o i mandala per esprimere il vissuto legato all’esperienza del rilassamento.
• Meditazione. Questa loro capacità per me è stata una grande sorpresa. Trovando le pratiche giuste (e Tich Nath Hanh mi è stato maestro anche in questo), i bambini entrano in questa condizione di silenzio interiore con grande facilità ed è bellissimo osservare come questa condizione permanga anche dopo il termine della seduta.
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L'autrice con i suoi giovanissimi allievi durante la lezione di «giocayoga» |
In questo spazio di pace e quiete mi basta guardarli negli occhi per capire che qualcosa è cambiato, che la pratica ha prodotto i suoi effetti e, prendendoci per mano, sentiamo che nel cerchio è moltissima l’energia (il gioco della scossa, come lo chiamano loro). E, inchinandoci, ringraziamo noi stessi e tutti gli altri per la preziosa presenza.
E allora io mi sento come Magaba, che ha dato ma anche ricevuto, che ha insegnato, ma sicuramente anche imparato molto da loro, perché sono i bambini il mio vero guru e di fronte ad essi hai solo un’unica possibilità: metterti completamente in gioco.
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Il gruppo di «giocayoga»
all'incontro |
Lorena Pajalunga, diplomata presso la Bihar School of Yoga di Satyananda a Munger (India) e successivamente presso la FIY, dirige l’Associazione Darsana Path di Vimercate. Recentemente ha conseguito il Master per educatore yoga nella scuola, patrocinato dall’Unicef e dall’Università di Bologna.
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