| Giorgio Lombardi | ||
| Il
mantra? Nella preghiera ma anche nelle fiabe Le numerose tracce dei “suoni magici” nella nostra cultura di ieri e di oggi |
Nel pensiero indiano la conoscenza ha lo scopo di avviare l’individuo alla liberazione. La preghiera, linguaggio dell’uomo nei rapporti con i piani superiori dell’esistenza, è un momento essenziale del pensiero indiano, che ha arricchito l’orazione con un’originale pratica del suono (mantra-yoga), dottrina mistica d’enorme importanza, giudicata in India di grande forza spirituale e di potere magico. Oggi, in Occidente, è però difficile comprendere i significati esoterici della simbologia indiana. Qui e in Oriente gli archetipi sono sì uguali, ma appaiono diversi i modi di presentarli, anche attraverso i miti e le leggende, così come sono differenti le maniere di esprimere i sentimenti, pronunciare le parole. Gli stessi indiani contemporanei hanno notevoli difficoltà nello studio del sanscrito (la tradizione vuole che, per imparare questa lingua, nell’antichità si impiegassero non meno di dodici anni) e la pronuncia rimane imperfetta: a distanza di millenni non è possibile ripetere che con molta approssimazione i suoni, l’impostazione e la cadenza della “lingua delle lingue”.
Così,
nel Kali-yuga, l’attuale Era della Decadenza, diventa virtù usare i mezzi a
propria disposizione. In caso contrario, alla ricerca d’una mitica Età dell’Oro,
si perde ciò che si ha senza ottenere ciò che si desidera. Visto che non siamo
Illuminati, per noi occidentali che cerchiamo d’arrivare alla Sapienza
partendo dai limiti del nostro tempo e della nostra cultura, qualsiasi mezzo è
buono. Anche il suono più grossolano. Lo confermano i testi classici della
filosofia indiana. Nella Shiva-samhitâ (V, 10-14) sono trattati i
requisiti necessari per i vari tipi di yoga, i cui aspiranti sarebbero “di
quattro generi: tiepidi, moderati, ardenti e molto ardenti, i migliori che
possano attraversare l’oceano di questo mondo”.
“Sono i tiepidi - ipotizza il testo - gli allievi adatti al mantra-yoga. Sono uomini di scarsa intraprendenza, di poca memoria e portati a trovare difetti nei loro maestri; peccatori, avari e ghiottoni, disperatamente attaccati alle loro donne, volubili, timidi, malaticci e senza indipendenza, crudeli; deboli e di cattivo carattere; sappi che tutti costoro sono tiepidi sâdhaka. Tali uomini potranno riuscire con grande sforzo in dodici anni; il loro maestro deve giudicarli adatti per il mantra-yoga”.
Il mantra gâyatrî in caratteri nâgarî: «Meditiamo quella desiderabile gloria di Savitar (=il Sole), che egli stimoli le nostre menti»
È impossibile risalire agli albori di queste pratiche, perché nella storia indiana non si parla mai di date. L’epoca in cui la cronaca è scritta è giudicata dai contemporanei la più importante dell’intera Storia. Mantra è termine sanscrito che appare in epoca vedica, dal quinto millennio all’ottavo secolo prima dell’era cristiana. In origine indicava inni religiosi e preghiere. Successivamente, frasi propiziatorie e formule magiche depositarie di poteri sovrumani. Il Kaushikasûtra è ordinamento e rielaborazione del patrimonio popolare di formule vocali, pratica presente in larghe aree dell’Induismo e del Buddhismo: pronunciate, ma anche scritte su carta, foglie, lamine di metallo (yantra), possono essere parole vere, oppure fonemi senza alcun significato.
Il mantra ha questo nome perché raggiunge i suoi scopi per mezzo di un processo mentale. In sanscrito, man significa anima, pensiero, ma anche uomo, come unico essere capace di pensare; tra vuol dire strumento, ma anche liberazione (dalla schiavitù del mondo fenomenico). La combinazione di lettere, fonemi o parole avrebbe il potere di rivelare la divinità alla coscienza dell’aspirante che l’ha evocata. Ripetuto in continuazione acquista un potere e un’efficacia crescenti. I mantra sono sostanzialmente forti autosuggestioni che, dette e ridette continuamente, cominciano ad agire nel subcosciente senza il minimo impiego di sforzi consci. In questo caso, la mente conscia ipnotizza il subcosciente con le sue ripetizioni continue e crea così un’abitudine mentale, che perdura a lungo, anche dopo che l’esercizio è terminato.
I mantra sono uno dei modi preferiti dallo yoga per controllare la mente. Spesso vengono usati singoli fonemi o brevi parole di due, tre, quattro sillabe, e solo di rado intere frasi, perché l’inconscio risponde solo all’estrema semplicità. Il suono di ogni lettera provoca una vibrazione differente: questo significa che vengono fatte vibrare diverse zone cerebrali, così da provocare stimoli psicofisici differenti.
La pratica del mantra-yoga è raccomandata per la conquista del distacco e dell’impassibilità yoga. Sono mantra formule psicologiche come “Io sono la calma e il distacco” o sillabe vibratorie come Aum/Om. Japa significa ripetizione volontaria di un mantra per un certo numero di volte, per minuti o ore al giorno.
La costante ripetizione di una formula psicologica genera un’autosuggestione sempre più intensa, sino a realizzarne il significato; la ripetizione di una sillaba stimola con la vibrazione verbale una o più parti del corpo fisico e sottile, per il conseguimento dei poteri sovrumani e d’illuminazione. Si acquisterà calma interiore, serenità, distacco, assenza di timore, purificazione e controllo della mente, realizzazione del significato del mantra, facilità all’introspezione, sprazzi d’illuminazione, estasi mistica.
La ripetizione regolare elimina le cattive tendenze mentali, può curare vari disturbi o malattie di origine psichica, intensifica le impressioni spirituali e rafforza la mente. Quando la mente è agitata da pensieri d’ira, di gelosia, di preoccupazione, anche il respiro si fa agitato e disordinato. Calmi i polmoni, anche la mente si fa serena.
Da epoche antichissime, anche fuori dall’India, chi sceglieva la vita di perfezione veniva educato alla corretta respirazione, appunto perché dal respiro dipendono: pensiero elevato, buona concentrazione e meditazione sulle cose di Dio. Questa correzione utilizzava il canto, la recitazione con le sue pause e le riprese ben calcolate del respiro.
Trasmesso per via orale, spesso segretamente, il mantra ha influenzato molte religioni. Si può sempre far riferimento al concetto di preghiera, in cui ci sono momenti spirituali affini o uguali a varie religioni o pratiche mistiche. Il confronto mette in risalto l’influenza del mantra indiano.
Il respiro ritmato e il canto costituivano una scienza segreta dei sacerdoti egizi, degli Assiro-Babilonesi e dei Caldei, degli Esseni di Qumran, sulle sponde del Mar Morto, per capire i quali occorreva una preparazione esoterica notevole.
I primi asceti cristiani univano, alle pratiche di rinuncia e mortificazione, tecniche di preghiera, canto e respirazione ritmata. Qualche secolo dopo, il canto gregoriano ha mantenuto, oltre alla sacralità, la ripetizione melismatica di una o più vocali, il controllo della respirazione.
Nella Russia del ’300 sorse una dottrina cristiana, detta esicastica, che aveva come caratteristiche: 1) posizione seduta a schiena eretta; 2) in un luogo riparato e tranquillo; 3) concentrazione sul cuore; 4) respirazione regolare e ritenzione del respiro; 5) riferimento a Dio con ripetizione orale. Tecniche analoghe sono praticate ancora oggi dai monaci greco-ortodossi del Monte Athos.
Tra i musulmani, la dottrina mistica Dhikr, o Sufismo, sorta nel XV secolo, prevede tecniche di meditazione, canto, concentrazione e annullamento mentale che immergono il praticante nella realtà atemporale.
Fra i cristiani cattolici, fino a qualche anno fa la liturgia in latino aveva tecniche e cadenze che potremmo definire mantriche. La lunga salmodia di Pater, Ave e Gloria poteva portare il fedele a stati mentali superiori.
Sul versante laico, negli ultimi tre-quattro secoli si è assistito a un’evoluzione della musica e del canto, dove il significato primordiale del mantra è andato perdendosi, ma si è acquisita la consapevolezza che la musica è sì descrizione di stati d’animo, ma anche creatrice di sentimenti, perché è in grado di raggiungere, come forse nessun’altra arte, le origini del pensiero.
Né si deve dimenticare il valore dei canti tribali, usati soprattutto come elemento propiziatorio, atteggiamento primordiale dell’uomo primitivo nei rapporti con la natura, atto ad ingraziarsi le potenze favorevoli e neutralizzare quelle contrarie.
L’uso del tamtam, per esempio, serve a propiziare gli elementi della natura. Ma serve anche a coinvolgere psichicamente tutta la collettività nell’esperienza rituale. Così nel canto folcloristico d’ogni Paese, il battere ritmicamente le mani coinvolge i presenti e li attira nel cerchio magico della partecipazione. Come il ritmo dondolante dei bevitori seduti nelle birrerie di Monaco, o le danze sfrenate del Carnevale di Rio.
Oggi il mantra riaffiora anche in altri riti collettivi. Per esempio, nel gioco del calcio, i tifosi sono soliti urlare e scandire con le mani incitamenti ai propri beniamini e gridare ritmicamente epiteti violenti contro le squadre avversarie. Ieri accadeva che il gruppo si identificasse, talvolta meno rumorosamente, ma non sempre con minor violenza, in frasi spesso con allitterazioni tipo “Frangar non flectar”, “Per aspera ad astra”, “Ora et labora”, “Nei secoli fedele”, “Eia eia alalà”, tanto per citare a caso. Oggi succede che dal subconscio affiori (secondo l’età) “Furia cavallo del West”, “Che mondo sarebbe senza Nutella?” o “Chi beve birra campa cent’anni”, dove il significato è ancora più scopertamente strumentale. Senza contare che si è persa anche molta capacità di sintesi, che era tipica, invece, delle lingue antiche. Oggi l’unico idioma sintetico resta forse l’inglese.
Da ricordare brevemente, infine, il mantra nella magia popolare (Abracadabra), nell’antico mondo fantastico delle Mille e una notte (Apriti Sesamo), nelle fiabe rielaborate da Walt Disney, dove la fata di Cenerentola canta: “Ualagadùla, mencicabùla, bìbbidi bòbbidi bu. Fa la magia tutto quel che vuoi tu, Bìbbidi bòbbidi bu”. Tutto ciò può far sorridere, ma è mantra spicciolo. E, perché no? mantra criptato, nascosto (come i simboli delle fiabe) perché questa ingenua e orecchiabile canzoncina ha una formula verbale rimata e ritmata, con sillabe allitterate (cioè con ripetizione di suoni simili) e senza significato (come un bîja-mantra), alternate con una frase che riassume l’energia e il risultato dell’azione (shakti-mantra). Gli elementi, insomma, che compongono mantra di ben altra levatura, ovviamente.
Degenerato, invece, il mantra è alla base della tecnica conosciuta come persuasione occulta: che in politica mira alla ricerca del consenso e in economia porta al consumismo. Per liberarsi anzitutto da questi condizionamenti mascherati, bisogna imparare che ogni cosa, compresa la mente, è vibrazione. Dobbiamo quindi abituarci a sentire le vibrazioni del nostro corpo che vive, degli altri esseri umani, di animali, piante, minerali. Anche gli oggetti hanno un loro suono. Ci sono vibrazioni buone e cattive (meglio dire, forse, simpatiche e antipatiche, come del resto le persone). Ognuno di noi vibra a una determinata frequenza, ha un suono e un timbro, sia fisico sia sottile, particolari. Questo vale anche per l’odore, il colore, il sapore. è ormai diventato elemento di prova nei processi l’identikit della voce, con particolari apparecchiature elettroniche; ogni persona ha un suo timbro, inconfondibile e immutabile, come le impronte digitali.
In questo excursus storico non si può dimenticare una scuola di pensiero che, sotto svariati aspetti, ricalcò le orme degli antichi cantori e compositori di inni e mantra indiani. Fu la scuola di Pitagora, di questo personaggio per molti versi enigmatico, il cui nome alcuni vogliono trasformazione greca del sanscrito Buddha-guru. Fu la scuola della teoria della vibrazione e dell’armonia delle sfere celesti, dell’applicazione della scienza matematica - senz’altro la più ricca di potenzialità speculative - all’incommensurabile varietà del suono.
Ma la coscienza del potere delle parole e del suono si ritrovano nelle più diverse tradizioni religiose e di pensiero. Così il Vangelo di Giovanni, che s’inizia con le parole: “In principio era il Verbo (Logos)... e il Verbo si è fatto carne...”; o la rivelazione kabbalica, in cui ogni lettera è un potente simbolo sacro; o, ancora, la tradizione mistica dell’Islàm, secondo la quale Dio crea dal nulla mormorando incantesimi alle cose che saranno create, mentre queste ancora riposano nel nulla.
L'oca selvatica, hamsa, simboleggia l'anima liberata, e il suo nome, ripetuto fino a diventare so'ham, rappresenta il mantra del respiro e indica l'unione con l'Assoluto
La potenza del nome di Dio è fatto troppo noto per meritare più d’una citazione. è necessario però ricordare come tutte le religioni vi pongano l’accento: l’ebraismo, con il segreto del nome di Yahweh, tanto per cominciare. Si fa l’ipotesi che la Tôrâh, testo sacro degli ebrei, sia fatto letteralmente di Dio, vale a dire risulti attraverso tutte le combinazioni e le permutazioni possibili ottenute manipolando il tetragramma, le quattro consonanti di Yahweh o Jehôwah (YHWH). Perché solo consonanti? Appunto per mantenere la massa fisica della realtà testuale della Tôrâh a uno stato di plasticità che le consenta di assumere via via innumerevoli forme diverse. Questa concezione, infatti, porta a fondere un carattere di assolutezza del Verbo divino (Esso È quello che È, dall’inizio alla fine, nessuno può toglierne nemmeno la più piccola parte) con quello opposto di un relativismo di apparizioni storiche. Ogni fedele, in definitiva, è libero di ricavare, con consonanti derivate e vocali, le sue particolari combinazioni, in base all’epoca storica, alla cultura, all’indole.
Un’ultima curiosità. La potenza della parola si manifesta anche attraverso la ripetizione blasfema del nome di una divinità, Krishna per esempio, che, dicono in India, può valere la beatitudine.
Giorgio Lombardi pratica yoga da oltre 30 anni e lo propone da una ventina; nel 1980 si è diplomato insegnante alla FIY con la tesi Mantra Yoga per l’Occidente. Dal 1990 si è perfezionato nell’antica tecnica musicale del Canto degli Armonici (Overtone Chanting). Tiene conferenze, seminari e concerti (da solo o con il suo ensemble “In-Canto Armonico”) in numerose località. Giornalista professionista, in 30 anni di attività in un grande quotidiano come La Stampa ha scritto articoli su yoga, salute con metodi naturali, medicina olistica, tecniche di sviluppo mentale, nonché inchieste sul mondo dell’insolito. È autore di numerose pubblicazioni nel campo dello yoga, delle medicine naturali e della musicoterapia.
Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione del testo in qualsiasi forma senza permesso dell’editore, salvo nel caso di citazioni o di recensioni, purché quanto in esse riportato sia conforme all’originale e se ne citi la fonte.