| Piero Foassa | ||
| A
qualcuno piace in due Yoga a coppie, un’interessante alternativa alla pratica classica |
Lo stanzone che mi ricevette in una fredda mattina di gennaio del 1985 mi sembrava l’anticamera di un riformatorio e non lo Yoga Study Center situato alla periferia di Rishikesh, nello stato dell’Uttar Pradesh, a circa 160 chilometri da Delhi, ai piedi delle montagne himalayane.
Il pavimento era di cemento grezzo, a terra una trentina di coperte colorate e mai lavate, le finestre di ferro senza vetri, il riscaldamento… a fiato (il prânâyâma degli allievi), alcune corde fissate alle pareti, il simbolo della OM e la grande foto di Sri Swami Sivananda. Su un’alta pedana di cemento il maestro Rudra Gowda conduceva la lezione di yoga.
Però a Rishikesh mi ero recato per conoscere l’attuale presidente della Divine Life Society, H. H. Chidananda, maestro spirituale dello Yoga-Vedânta. Nel suo âshram, famoso nel mondo, si insegna la via monacale della rinuncia con sâdhana (pratiche spirituali) severe, quali: alzarsi alle quattro del mattino, praticare abluzioni sul vicino e sacro fiume Gange; e poi japa, mantra, kîrtana, âsana, prânâyâma, pellegrinaggi. E ancora: controllo dell’alimentazione, strettamente vegetariana, astinenza dalle pratiche sessuali, studio di testi sacri, osservanza del mauna (silenzio), pratica della bhakti o devozione all’Ishta-devatâ (divinità prediletta). Durante la mia permanenza nel suo âshram potei incontrare più volte Swami Chidananda e ascoltarne ripetutamente le parole di saggezza: già la sua sola presenza mi trasmetteva pace e serenità. Era un monaco semplice, sorridente, le cui parole arrivavano al cuore dell’ascoltatore. Ma evidentemente non era questa la mia strada.
Così
eccomi ritornare nell’altra scuola, quella con la fredda sala, che i raggi del
sole nascente lentamente e faticosamente tentavano ogni mattina di riscaldare.
Rudra Gowda, dopo un canto introduttivo rivolto a Ganesha, diede inizio alla
lezione di yoga, e qui scoprii come gli indiani, molto più predisposti di noi
occidentali agli âsana grazie alle ossa piccole, agli arti lunghi, alla
muscolatura forte ma non massiccia, sembrino geneticamente portati alla
scioltezza e alla flessibilità. E invece, nonostante questa predisposizione,
non disdegnano di venire aiutati da corde, panche, pedane e da uno o più
compagni di tecniche avanzate.
Ritornato in Italia, iniziai ad elaborare il metodo acquisito cercando di adattarlo al nostro contesto occidentale. Fu così che preparai una cinquantina di posizioni a coppie.
Per natura non sono integralista, seguo una disciplina come lo yoga, che è in continua evoluzione anche dopo decenni di pratica. Oggi ci si avvicina allo yoga con motivazioni completamente diverse da quelle degli antichi saggi che avevano nell’Îshvara-pranidhâna (devozione a Dio) l’unico scopo della loro ricerca. Adesso si pratica lo yoga perché fa stare bene fisicamente e mentalmente, dona elasticità e scioltezza, assicura leggerezza e armonia, infonde coraggio e fiducia, ritarda l’invecchiamento cellulare, insegna l’arte di amarci per amare. Quello che nel nostro mondo occidentale è scoprire la gioia di toccare, accarezzare, abbracciare, sorridere, essere al servizio degli altri.
Queste reciproche cure del corpo e dell’anima non vengono praticate nello yoga tradizionale. Ricordo una frase di Sri Aurobindo: “Lo yoga che esige l’abbandono del mondo non fa per me, una salvezza personale è per me quasi disgustosa”. Praticando insieme, può bastare un attimo per scoprire tutto quello che lo yoga spirituale insegna. La coppia è composta da due polarità, una maschile e l’altra femminile, che integrandosi danno origine all’Uno. Se sono separate, rappresentano energie che portano alla sofferenza, all’infelicità. E nella coppia determinano odio e tradimenti, gelosie, rancori e violenze, atti sessuali rivolti unicamente a soddisfare l’istinto animalesco.
Certamente lo yoga a coppie non può risolvere da solo gli annosi problemi tra uomo e donna, ma è un piccolo seme che lo yogin dovrebbe mettere nel cuore per seguire il suo cammino evolutivo. Lo yoga a coppie mi ricorda l’azione karmica, eseguita con amore, senza ricerca di gratificazione, al servizio del compagno, al quale rivolgo attenzione, offro il mio tempo, la mia energia, mettendo a sua disposizione la mia esperienza, la mia scioltezza e tanto amore. È come dire al compagno: “Rilàssati, arrenditi, non sei solo, io condivido le tue difficoltà, insieme le supereremo meglio”.
Insomma, nello yoga a coppie gli âsana, pur mantenendo inalterati i benefici della pratica individuale, diventano uno strumento di condivisione, di unione.
| Preparazione a krunchâsana - Utile per la circolazione venosa delle gambe e per l’allungamento dei tendini. Massaggia l’apparato digerente e trasmette leggerezza. | |||
| Preparazione a adhomukha-shvânâsana - Utile per rinforzare polsi e braccia, per l’allungamento di muscolatura e tendini, per creare armonia nel movimento. | |||
| Preparazione a ushtrâsana, kapotâsana, supta-virâsana - Utile per sciogliere le tensioni lombari e per allungare la muscolatura delle gambe. | |||
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Preparazione a sâlamba-sarvângâsana - Utile per migliorare la posizione “madre” di tutti gli âsana, stimola tutte le ghiandole endocrine, particolarmente ipofisi, epifisi, tiroide, ringiovanisce il corpo intero. |
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| Preparazione a bhujangâsana - Rinforza e rende elastica tutta la zona lombare, sviluppa il torace, massaggia l’apparato digerente e stimola il muscolo cardiaco. | |||
| Preparazione a pascimottânâsana - Utile per ritrovare l’elasticità. Massaggia gli organi interni stimolando il “fuoco gastrico”, allunga i tendini e trasmette calore. | |||
| Preparazione a dhanurâsana - Dona elasticità alla colonna vertebrale, migliora la digestione, decongestiona la zona pelvica. | |||
| Preparazione a vrikshâsana e utthita-hastapadângusthâsana - Utile per migliorare l’equilibrio e rinforzare l’attenzione e la concentrazione. Rassoda i muscoli delle gambe. | |||
Piero Foassa, da trentacinque anni “studente” di yoga, conduce dal 1974 corsi a Torino, dove nel 1984 fonda il Centro Yoga Prema. Fermamente convinto che ogni praticante aggiunge alla storia dello yoga cose nuove e personali, scrive nel 2000, per le edizioni Magnanelli, Il mio yoga - Dall’introspezione alla pratica a coppie, e continua a definirsi “innamorato dello yoga”.
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