Aurelia Debenedetti
I maestri del mio insegnamento
«Da mio padre, medico e cultore di yoga, agli importanti personaggi che negli anni mi hanno guidato nella ricerca»

 


 

Pronunciai o meglio scrissi la parola “yoga” per la prima volta un giorno in una classe delle scuole elementari. La maestra aveva assegnato il tema: “Mio padre”. Nel descriverlo, dicevo che la professione di medico lo impegnava enormemente perciò si alzava alle cinque del mattino per praticare lo yoga. La maestra domandò di che cosa si trattasse. Eravamo a metà del secolo scorso e le discipline orientali erano quasi sconosciute. Risposi che egli ci diceva che la respirazione yoga era la prima delle cure. Allora non sapevo che nel suo modo di operare ci stava dando il più straordinario esempio di karma-yoga. Pochi anni dopo fu uno dei miei fratelli ad interessarsi di yoga. Gli riusciva molto bene la postura del loto, che io trovavo, allora come oggi, assolutamente ostica.

Negli anni sessanta entrai in contatto con Alfredo Vitali che lavorava con Carlo Patrian. Alfredo rappresentava un grande esempio perché aveva saputo superare con lo yoga una malattia gravissima. Era ed è un grande ricercatore, affabile, dotato di competenza, modestia e grande comunicativa. Mi insegnò le tecniche classiche secondo Sri B.K.S. Iyengar e, forse inconsapevolmente, a tenere un corso anche in un ambiente poco confortevole e non ovattato: un insegnamento professionale importante. Poiché conoscevo alcune discipline fisiche insolite, pur avendo un lavoro in un altro campo, mi accadeva di essere chiamata a tenere corsi in palestre o a sostituire altre persone e, in quelle circostanze, ero solita dire che mi interessavo in modo particolare allo yoga. Poiché tale disciplina era assai poco diffusa, mi venne presto proposto di aprire dei corsi in tale campo.

Nel frattempo frequentavo i seminari estivi di André Van Lysebeth sui Pirenei. Oltre alla teoria e alla pratica, Van Lysebeth insegnava che in questo campo si è sempre principianti e che occorre perciò mantenere vivo e fresco il fuoco della ricerca, insegnava a combattere le aspettative che rivelano avidità e ricordava che “il tempo non rispetta ciò che si fa senza di lui”. Questi princìpi non mi hanno mai abbandonato e non smetto mai di trasmetterli.

Ad uno dei primi incontri di yoga, mi pare organizzato da Carlo Patrian, conobbi il grande Antonio Naim che, insieme con la moglie Marcella Ferri, mi accolse e ospitò nella sua splendida e prestigiosa scuola di Firenze, dalle cui finestre verso la collina, a quel tempo, come fuori del tempo, si scorgeva San Miniato. Naim mi diede lezioni private e mi parlò di molti leggendari personaggi dell’India che aveva conosciuto, ma non mi citò Sri T. Krishnamacharya. Non so se l’avesse conosciuto. Erano molto vicini di età. Un giorno essendo temporaneamente occupato, si fece sostituire da me per incoraggiarmi a rimanere su questa strada. Antonio Naim era il decano dello yoga in Italia. Apparteneva alla corrente tantrica. Nel corso delle sue lezioni cantava e recitava i mantra in modo da farne vivere il messaggio nei presenti e usava la voce in modo molto personale per indurre gli allievi ad ampliare naturalmente la respirazione. Il suo insegnamento della respirazione profonda nelle posizioni avveniva secondo i canoni dello yoga tradizionale.

Sri T. Krishnamacharya

Tornata a Milano, condivisi con Alfredo Vitali l’insegnamento di Naim e sono certa che anch’egli se ne ricorda ancora. Vitali mi disse che si pensava di organizzare un’associazione. I più anziani sarebbero stati i fondatori, i più giovani avrebbero potuto contribuire partecipando al primo corso di formazione. Mi iscrissi a quel corso che risultò significativo poiché in esso fu chiamato ad insegnare anche Gérard Blitz, che dirigeva la federazione europea di sua creazione e organizzava incontri annuali internazionali in Svizzera con lo scopo di creare un’atmosfera di apprendimento, di scambio e di condivisione. L’intento era proprio di sfuggire alla sensazione che vi fossero fratture e frammentazioni nel campo e nella scienza dello yoga. Una poesia letta da persone diverse può suscitare sentimenti diversi negli ascoltatori, ma chi studia letteratura cerca di cogliere, al di là delle interpretazioni, il significato profondo che l’autore voleva trasmettere. E tutte le sfumature evocate dai diversi interpreti possono contribuire alla comprensione. Gli incontri internazionali davano l’opportunità di incontrare tutti i maggiori esponenti delle scuole europee e soprattutto dei maestri indiani che accettavano l’invito del grande organizzatore.

In quelle circostanze conobbi Swami Satyananda che mi ricevette due volte privatamente, mi attribuì il mantra personale, mi autorizzò a trasmettere il suo insegnamento, incluso yoga-nidrâ, e mi aiutò a risolvere un problema personale che mi si era presentato.

Entrai a far parte del gruppo di Parigi di Gérard Blitz: il Gruppo di Palais Royal. E successivamente quando egli ne costituì uno in Italia feci parte del Gruppo di Milano. Gérard Blitz riconosceva come suo maestro Sri T. Krishnamacharya. Lo definiva “Quell’Uomo Benedetto”. E da come lo diceva si indovinavano le maiuscole. Parlava continuamente di lui, diceva che non aveva mai lasciato l’India, che era un insigne maestro di filosofia, yoga e âyurveda e che aveva formato oltre ai figli il giovane cognato Sri B.K.S. Iyengar.

Gérard Blitz e Aurelia Debenedetti

L’insegnamento di Gérard si basava sugli Yoga-sûtra di Patañjali, perciò insegnava che ogni pratica era diretta a produrre un campo mentale sgombro ed equilibrato. Ci diede un grande insegnamento anche da un punto di vista tecnico, insegnandoci a costruire sedute con scopi specifici, ci trasmise il concetto di gradualità, di sottile ascolto e presenza mentale. Quando si trovò al termine della vita - non dimenticheremo l’applauso con cui fu salutato in quello che sapevamo sarebbe stato l’ultimo congresso e le parole che ci indirizzò: “Adesso forse pensate che rimarrete senza il maestro; toglietevi questo dubbio, il maestro non sono io, è ciò che è stato insegnato” - Gérard Blitz invitò il figlio di Sri T. Krishnamacharya a tenere un corso di filosofia Sâmkhya.

Partecipai a questo corso insieme ad altri allievi di Gérard Blitz e così conobbi Sri Âchârya T.K. Sribhashyam. Si era tra l’agosto e il settembre 1989. Continuai lo studio della filosofia indiana e così rimasi nella scuola Yogakshemam che, secondo il desiderio del padre, appena deceduto, era stata fondata in Europa da Sri Âchârya T.K. Sribhashyam. Quest’ultimo era stato educato dal padre sin dalla più tenera infanzia con il compito di trasmettere la tradizione. Il suo insegnamento è estremamente ricco e comporta lo studio e il commento dettagliato dei testi sacri vedici, Upanishad, Yoga-sûtra, Bhagavad-gîtâ, il Sâmkhya, il Vedânta e l’Âyurveda dal punto di vista della fisiologia, della dietetica e delle sue applicazioni nel campo dello yoga. La pratica che egli insegna include gli âsana e i prânâyâma tradizionali, disciplina la mente e permette al praticante di porsi sulla strada della ricerca spirituale. Sri Âchârya T.K. Sribhashyam mi ha annoverato tra i primi diplomati di Yogakshemam e mi accorda la sua fiducia consentendomi di presentare l’insegnamento di suo padre secondo la sua fedele trasmissione. Mi auguro di riuscire nell’intento al di là delle sfumature legate alla comunicazione personale.

Sri Âchârya T.K. Sribhashyam

La scienza dello yoga, nella sua globalità, supera di gran lunga le possibilità di una sola vita. Per questo, alcuni elementi possono essere più evidenziati in un insegnamento, altri in un altro. Ciò è soltanto legato alla nostra prospettiva umana, naturalmente limitata. Fa parte dello yoga affinare tenacemente la nostra disponibilità ad ampliare le nostre prospettive considerandoci “sempre principianti”. La consapevolezza di ciò mi ha sempre accompagnato e mi accompagnerà nell’insegnamento di cui ritengo inutile contare gli anni. Essere su una strada senza fine conferisce una prospettiva di ampio respiro e consente di esercitare la consapevolezza del “qui e ora” che ci può tanto giovare nella vita.

Come dice Sri Âchârya T.K. Sribhashyam: “A piedi non arriveremo mai sulla luna. Ma non per questo smetteremo di camminare”.

 


UNA PRATICA DOVE GLI OPPOSTI SI CONCILIANO

Preferisco pensare alla pratica dello yoga come scienza universale anziché domandarmi come il mio modo di trasmetterla possa differenziarsi da altri. Vi sono princìpi di base, di cui non si parla molto, che formano il substrato della pratica dello yoga ed è su di essi che il mio insegnamento si fonda, al di là delle impostazioni formali e delle singole tecniche, che possono essere note attraverso nomi e, talvolta, persino esecuzioni diverse. Tutti i princìpi nel loro insieme nascono dal cuore delle filosofie che sostengono ogni pratica. L’uno o l’altro principio può essere messo più a fuoco a seconda degli obiettivi che la pratica si prefigge. Così, anche all’interno della stessa scuola, l’approccio può variare. I princìpi dell’âyurveda forniscono una base fondamentale per riequilibrare le energie che sostengono i nostri processi di vita e lo studio della “scienza della vita” (è questo il significato della parola âyurveda) permette di comprendere gli effetti terapeutici dello Yoga. La seduta sarà strutturata diversamente se si intende privilegiare la concentrazione. Il principio che fa da filo conduttore in ogni pratica è tuttavia la consapevolezza della perenne compresenza di due elementi opposti: intensità e distensione. L’unica definizione di âsana proposta da Patanjali può essere riassunta nella presenza contemporanea di stabilità e distensione. Tale contemporaneità di due elementi apparentemente opposti si fonda sull’archetipo dell’uno: il concetto di unità, che tutto comprende - quindi anche gli opposti - e a tutto ha dato origine. La regola profonda riguarda l’atteggiamento necessario nei confronti della pratica, che esige intensità di ricerca e distacco dai frutti dell’azione. Praticare lo hatha-yoga significa quindi esercitare un’attività la cui intensità è modulata dal giusto abbandono. In questa esperienza e nella ricerca di questo atteggiamento la mente viene coinvolta e ne scaturisce un primo stato di integrazione. Successivamente l’introduzione di punti di concentrazione legati al corpo sottile modificherà il campo mentale con importanti e utili effetti psicologici. Si otterrà una maggiore stabilità e la disponibilità a guardare oltre le apparenze.

 


Aurelia Debenedetti tiene corsi e incontri di yoga, filosofia orientale e âyurveda prestando la sua opera per il centro culturale Rosetum di Milano.

 

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