Silvia Cordeschi
Da bocca a orecchio
Il rapporto maestro-discepolo nella tradizione indiana

 


 

Lo yoga, come tutti gli altri darshana e come ogni conoscenza o mestiere tradizionale in India, deve essere insegnato da un maestro (guru) e trasmesso oralmente “da bocca a orecchio”. Nella Shiva-samhitâ (III,11) leggiamo:

“La scienza impartita dalle labbra di un maestro è efficace, diversamente è priva di frutto, debole, e addirittura pericolosa”.

Manoscritto miniato del Rig-VedaLa parola guru (cfr. il latino gravis) ha il significato originario di “pesante, importante”. Il termine designò tradizionalmente le persone degne di maggior considerazione: “Il padre, la madre, il fratello maggiore e il marito, questi cinque sono detti guruvah” (Kûrma-purâna II, 12.32). Un’etimologia meno scientifica vuole:

“La sillaba gu significa ombre, la sillaba ru colui che le disperde. Per il suo potere di disperdere l’oscurità, il guru è così chiamato” (Advayatâraka-upanishad).

Originariamente il guru era colui che officiava le cerimonie purificatrici su un giovane brahmano e lo istruiva nei Veda. La parola guru nel senso di maestro appare per la prima volta nella Chândogya-upanishad VIII,15,1:

“Colui che, ritornato dalla casa del guru dopo aver studiato i Veda secondo le prescrizioni, nel tempo rimasto libero, dopo il lavoro fatto per il maestro, nella sua famiglia, in un luogo purificato si dedica allo studio dei sacri testi e prepara discepoli virtuosi… In verità costui comportandosi così per tutta la vita entra nel mondo del Brahman e non più ne ritorna...”.

L’atto preliminare e indispensabile per essere accettato come discepolo (shishya o brahmachârin) presso un maestro era la cerimonia di iniziazione (upanayana), ritenuta la vera nascita dell’individuo, a cui l’aspirante allievo si sottoponeva tra gli otto e i dodici anni d’età. Il maestro nell’accettare il giovane novizio rimaneva simbolicamente gravido del suo embrione, e dopo una gestazione di tre notti avveniva la nuova nascita, alla quale assistevano le divinità. Dopo l’iniziazione il guru era considerato un secondo padre a tutti gli effetti. Leggiamo nelle Leggi di Manu II,144:

“Il maestro che riempie le orecchie del discepolo con i Veda non vanamente va considerato come sua madre e suo padre”

e ancora nella Shiva-samhitâ III,13:

“Non c’è dubbio che il maestro è padre, il maestro è madre, il maestro è dio, perciò occorre servire il maestro in tutti i modi con l’azione, il pensiero e le parole”.

La linea di trasmissioneCerimonia tantrica d'iniziazione

La conoscenza doveva quindi essere trasmessa da bocca a orecchio, solo un maestro poteva trasmetterla avendola ricevuta, nel modo corretto, da una fonte autorevole in una successione (paramparâ) che si faceva risalire generalmente alla divinità fondatrice della tradizione. Per quanto riguarda lo yoga, il mito precisa chiaramente la trasmissione dottrinale, la guru-shishya-paramparâ: Shiva-Matsyendranâtha-Gorakshanâtha. Il mito è molto noto. Shiva insegnava un giorno in riva al mare la dottrina dello yoga a Pârvatî, la sua sposa. Lokeshvara (un essere semidivino) che si era nascosto in acqua assumendo l’aspetto di un pesce intese tutto e lo trasmise ai suoi due figli e a Gorakshanâtha.

Un altro esempio di paramparâ molto famoso e documentato, tra la realtà e il mito, è, nello yoga tibetano, la successione Tilopa-Naropa-Marpa-Milarepa. Secondo la tradizione, Tilopa, che visse circa a metà del X sec., avrebbe ricevuto gli insegnamenti della dottrina Mahâmudrâ dal Buddha Celeste Vajra Dhara. In seguito Tilopa apparve in sogno a Naropa, che decise di abbandonare l’Università di Nalanda dove studiava, i suoi libri, i suoi averi e di mettersi alla ricerca del maestro che gli era apparso in sogno. Dopo una ricerca lunga e difficile che portò Naropa quasi sull’orlo del suicidio, il tanto desiderato maestro dei suoi sogni, Tilopa, fu raggiunto e assistito fedelmente fino alla morte.

A sua volta Naropa diverrà il maestro di Marpa, riconosciuto come degno figlio spirituale, tramite il quale la linea di insegnamento potrà essere saldamente trapiantata in Tibet. Marpa ebbe infatti come discepolo preminente e successore Milarepa, il più grande poeta-mago-santo tibetano. Nella storia della sua vita Milarepa racconta: “Dopo avermi conferito gli ultimi e più elevati Insegnamenti iniziatici, i Misteri dei Simboli dei sogni, e sussurrato all’orecchio i Tantra da guru a shishya, Marpa disse: “Fa’ bene attenzione: a te solo conferisco questi testi, misteri e riti iniziatici… Tu a tua volta li trasmetterai ai tuoi discepoli che le divinità ti indicheranno. E ti ordino di conferirli così, con la condizione che siano trasmessi da guru a shishya per tredici generazioni””.

Il servizio al guru (guru-sevâ)

Nel contesto del guru-kula (lo studentato in casa del maestro), per cui l’allievo era integrato nella famiglia del guru, ci si apettava che lo shishya si rendesse utile per il benessere del maestro, occupandosi dei suoi bisogni quotidiani (lavandogli i vestiti, preparando e trasportando l’acqua calda per il bagno, ecc.), e che obbedisse a qualsiasi genere di richiesta. Il servizio (sevâ) e l’obbedienza aiutavano a dimostrare la devozione e l’umiltà del discepolo, e il suo essere degno di ricevere la conoscenza e il sapere incarnati nel maestro.

Tilopa sperimentò il valore del suo discepolo Naropa assoggettandolo a dodici prove di resistenza fisica che possono essere considerate crudeli, da ascrivere chiaramente più al mito che alla realtà storica. Naropa, per ordine di Tilopa, si gettò dal tetto di un tempio a tre piani, si buttò in un fuoco ardente, fu picchiato a morte in diverse occasioni per aver provocato per ordine di Tilopa degli uomini fino a farli infuriare, nutrì il suo corpo con delle sanguisughe, fu torturato con bastoncini roventi appuntiti, si sfiancò totalmente cacciando immagini di fantasmi, colpì il suo organo sessuale con una pietra e alla fine si tagliò la testa e gli arti e ne fece offerta al suo maestro in un cerchio rituale (mandala). Tilopa restituì il benessere a Naropa dopo ognuna di queste prove e lo ricompensò con l’ultima fase dell’insegnamento.

Marpa sottopose Milarepa a tali e continui stenti, che il giovane arrivò a scappare via in cerca di un altro maestro, ma alla fine si rassegnò ad accettare le angherie del guru che le divinità avevano scelto per lui, e non se ne pentì. Come sua principale opera a vantaggio di Marpa eseguì un edificio di nove piani, costruendolo non una, ma diverse volte, perché durante l’esecuzione il maestro gli faceva distruggere ciò che aveva edificato. Nonostante il duro e all’apparenza crudele metodo educativo, un’intensa e profonda relazione affettiva legava Marpa e Milarepa. Quando si separarono per sempre queste furono le parole di Marpa: “Figlio mio, la tua partenza mi spezza il cuore… Porterò la tua presenza nel mio cuore come tu porterai la mia nel tuo”.

La ricompensa del guru

Tradizionalmente, il sapere elargito dal guru era considerato così sacro che, se anche il maestro avesse insegnato una sola lettera dell’alfabeto, non avrebbe mai potuto essere ricompensato con beni mondani. Ciò nonostante, al compimento degli studi il dono (dakshinâ) era giusto. Rispetto alla ricompensa Marpa disse a Milarepa: “Se lo shishya manifesta un’attitudine innata a ricevere queste verità, dagliele anche se non può offrire alcun bene materiale”.

A fronte di questa generosità, troviamo nel Mahâbhârata un impressionante esempio di guru-dakshinâ, che può esprimere in modo emblematico l’essenza del rapporto tradizionale guru-shishya. Il guru in questione è Drona, maestro nell’arte del tiro con l’arco dei figli dei re, sia dei Pândava sia dei Kaurava. Dal racconto emergono con evidenza alcuni aspetti di questa complessa relazione maestro-allievo: la devozione, l’esercizio intenso, l’obbedienza e la sottomissione completa della volontà dell’allievo alle richieste del guru, anche le più crudeli.

 


Drona ed Ekalavya

(Mahâbhârata, Adiparvan 123,10-37)

Miniatura del XX secolo raffigurante una scena della guerra descritta nel Mahâbhârata

Miniatura del XX secolo raffigurante una scena
 della guerra descritta nel Mahâbhârata

Un giorno arrivò da Drona il grande principe Ekalavya, figlio di Hiranyadhanus, re dei Nishada. Drona, conoscitore del Dharma, proprio per riguardo ai Pândava non accettò Ekalavya come discepolo nel tiro con l’arco, considerando che era un Nishada. Ekalavya, dopo aver toccato con la testa i piedi di Drona, distruttore dei nemici, se ne andò nella foresta, e dopo aver costruito un’immagine di Drona fatta di terra, lì nella foresta dedicò suprema devozione al maestro. Si impegnò nell’arco e si diede a un severo controllo dei sensi. Grazie all’intensa devozione e alla forte disciplina, Ekalavya ottenne suprema abilità nel tendere l’arco, puntare e lanciare la freccia.

Un giorno i Kaurava e i Pândava, distruttori dei nemici, con il consenso di Drona uscirono a caccia sui loro carri. Li seguiva, per caso, con gli attrezzi un uomo da solo, con un cane dei Pândava. Mentre i principi erano intenti ognuno al proprio scopo, il cane vagando nella foresta, stupito arrivò dal Nishada e vedendolo nero, col corpo sporco di sudiciume, coperto con una pelle di antilope nera, rimase vicino a quello abbaiando.

Allora, mostrando l’abilità nel tiro con l’arco, Ekalavya lanciò sette frecce quasi simultaneamente nella bocca del cane che abbaiava. Il cane con la bocca piena di frecce tornò dai Pândava che vedendolo si meravigliarono moltissimo. Vedendo questa suprema abilità e precisione di mira, sia si vergognarono, sia la lodarono molto. Allora cercando nella foresta l’abitante della foresta lo videro mentre lanciava frecce incessantemente.

Non riconoscendo quell’uomo dall’aspetto straniero, gli chiesero chi fosse ed Ekalavya rispose: “Sappiate, eroi, che io sono figlio del signore dei Nishada, Hiranyadhanus; allievo di Drona, impegnato nella scienza del tiro con l’arco”. I Pândava, tornati indietro, raccontarono a Drona tutto il mirabile avvenimento. Arjuna, figlio di Kuntî, che pensava continuamente ad Ekalavya, essendo andato privatamente da Drona in confidenza gli disse questo: “Non sono forse stato detto io unico da vossignoria, mentre mi abbracciava affettuosamente, con queste parole: “Non ci sarà un mio allievo migliore di te”? Allora perché c’è un altro allievo migliore di me e del mondo, il potente figlio del signore dei Nishada?”.

Drona dopo aver pensato per un momento quale decisione prendere, portando con sé Arjuna si avviò verso il Nishada. Vide Ekalavya con il corpo sporco di sudiciume, i capelli lunghi, un vestito fatto di corteccia, l’arco in mano, che lanciava frecce incessantemente. Vedendo Drona che avanzava verso di lui, avvicinandosi e abbracciandogli i piedi, toccò con la testa il suolo. Così avendo onorato debitamente Drona, essendosi dichiarato suo allievo, stette davanti a lui con le mani giunte in segno di reverenza. Allora Drona rivolse ad Ekalavya queste parole: “Se sei mio allievo, velocemente mi sia data la ricompensa”.

Ekalavya, avendo sentito ciò, gratificato disse queste parole: “Il maestro, o Venerabile, mi faccia sapere cosa devo dare. Non c’è niente, supremo conoscitore del Brahman, che al mio guru non può essere dato”. Drona disse: “Da te sia dato il pollice destro”.

Ekalavya avendo sentito queste parole crudeli di Drona, difendendo sempre la verità, e fedele alla sua promessa, “Va bene” disse, e col volto lieto e la mente senza afflizione, tagliandolo senza dubitare, diede il suo pollice a Drona.

(Trad. di Silvia Cordeschi)

 


Silvia Cordeschi, laureata in sanscrito, ha iniziato la pratica dello yoga con Selene Calloni, sotto la cui guida ha iniziato a insegnare nel 1995. In seguito ha approfondito la conoscenza dello hatha-yoga con Claudio Conte, Patrick Tomatis e Boris Tatzky. Ha fondato a Milano l’associazione culturale Yoshi presso cui insegna hatha-yoga.

 

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