| Alberto Stipo | ||
| La
didattica degli âsana Un invito a confrontarsi senza dogmatismi con esperienze diverse |
Nel rispetto dei princìpi generali, lo yoga può essere praticato in molte maniere diverse, e diverse scelte si presentano a un insegnante che pianifica un corso di yoga. Tali scelte riguardano sia il contenuto del corso stesso, cioè le tecniche che si intende insegnare e la loro progressione, sia la maniera di trasmetterle. Un altro tipo di scelta può riguardare la selezione degli allievi, nel caso che si vogliano introdurre dei criteri di ammissione al corso, o che si voglia dedicare l’insegnamento al raggiungimento di uno scopo specifico.
Nel presente articolo cercheremo di esporre le vedute delle scuole più note, occupandoci particolarmente della didattica degli âsana, che impegnano generalmente la maggior parte del tempo della seduta, specie all’inizio.
In genere, all’inizio di un corso vengono proposte tecniche semplici e poco impegnative; nel proseguire della pratica, alcuni allievi cominceranno a trovare difficoltà nel riprodurre il modello proposto. Possono allora sorgere due stati d’animo contrastanti: quello dello scoraggiamento e della rinuncia, o quello dell’emulazione a tutti i costi, anche se ciò provoca disagio e affaticamento, impedendo quindi anche la calma mentale. L’insegnante ha allora il compito di far capire che certi risultati possono essere il punto di arrivo di una lunga pratica, dato che ogni persona ha le sue caratteristiche e i suoi tempi, e che anche un’esecuzione parziale o attenuata può produrre grandi benefici e aiutare a superare gradualmente le proprie limitazioni.
Queste considerazioni sono collegate al problema delle controindicazioni; nelle scuole in cui gli âsana sono praticati soltanto nella forma trasmessa dai testi tradizionali, si sconsiglierà l’esecuzione di alcuni di essi a chi soffre di determinati problemi. Se invece l’insegnante scompone la tecnica in diverse tappe, ciascuno potrà arrivare a quella che gli è accessibile, ottenendo almeno una parte dei risultati della tecnica completa.
Un esempio significativo è dato da natarâja-âsana, la posizione del danzatore (fig. 1),
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Figura 1 |
in cui la prima tappa può consistere semplicemente nel sollevare la caviglia da terra e afferrarla con la mano, e la seconda nel sollevare l’altro braccio, finché il senso d’equilibrio non è abbastanza esercitato da poter mantenere la posizione completa. Un altro caso è rappresentato da nâv-âsana, la posizione della barca (fig. 2),
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Figura 2 |
che può essere mantenuta lasciando le mani a terra e, eventualmente, le ginocchia leggermente piegate, finché i muscoli addominali non sono sufficientemente rafforzati. Se sono presenti problemi lombari, ushtra-âsana, la posizione del cammello (fig. 3),
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Figura 3 |
può essere eseguita tenendo le mani sui fianchi, invece di appoggiarle sui talloni, e così via.
Per quanto riguarda la sequenza delle posizioni eseguite, sono particolarmente noti: il metodo di controposizione e il metodo di preparazione e compensazione. Nel primo caso, si cerca di far seguire a ogni posizione un’altra che le sia complementare, ad esempio eseguendo un’estensione in avanti dopo un’estensione all’indietro, o viceversa, in modo da comprimere le parti del corpo che sono state allungate e allungare quelle che sono state compresse, per ottenere il massimo effetto energetico. Ad esempio, dopo la posizione capovolta sarvânga-âsana (fig. 4),
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Figura 4 |
la controposizione più consigliata è matsya-âsana (fig. 5), la posizione del pesce, che estende la regione della gola e vi richiama nuovo flusso sanguigno.
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Figura 5 |
Nel secondo caso, si ricercano piuttosto effetti fisiologici e meditativi, focalizzando la seduta su un ristretto numero di âsana che si desidera mantenere a lungo, mentre gli altri sono soprattutto destinati a facilitarli e prepararli, mobilizzando e allungando le parti che in tali âsana saranno notevolmente impegnate. Ad esempio hala-âsana, la posizione dell’aratro (fig. 6),
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Figura 6 |
risulterà più piacevole e agevole da mantenere se preceduta da altre pratiche che estendano le regioni dorsale e cervicale. Lo stesso si può dire per dhanur-âsana, la posizione dell’arco (fig. 7),
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Figura 7 |
se preceduta dalla variante prona di danda-âsana, la posizione del bastone (fig. 8) , che aiuta ad allineare la regione lombare.
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Figura 8 |
è importante inoltre far seguire un âsana particolarmente impegnativo da una compensazione, se un’esecuzione eccessiva o incauta ha lasciato effetti sgradevoli. Ad esempio, dopo un âsana che agisce intensamente sulla regione lombare, come dhanur-âsana (fig. 7) o ushtra-âsana (fig. 3), la posizione di trazione delle ginocchia pavanamukta-âsana (fig. 9)
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Figura 9 |
o quella della devozione dhârmika-âsana (fig.10) possono eliminare la tensione in tale regione.
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Figura 10 |
Altre questioni riguardano la scelta della sequenza. In Occidente, molte scuole ritengono importante cominciare con una serie di movimenti più o meno veloci, fra cui il più noto è sûrya-namaskâra, il saluto al sole, che ha l’effetto di ravvivare la respirazione e la circolazione e riscaldare la muscolatura. Altre scuole più tradizionali ribattono che tale tecnica non faceva parte originariamente dello yoga e che i suoi effetti sono opposti a quelli degli âsana, i quali hanno lo scopo di far circolare meglio il prâna, rilassando e allungando la muscolatura per dissolvere i blocchi energetici di origine psicofisica. Una visione più possibilista è quella di chi ammette che le pratiche dinamiche sono comunque utili, anche perché spesso la mente del praticante non è preparata a rimanere a lungo in posizioni statiche, anche se devono essere tenute ben distinte dagli âsana, ad esempio separate da un sufficiente periodo di rilassamento.
Nella sequenza di âsana statici, si possono trovare ragioni per cominciare con posizioni in piedi, sdraiate, o di altro genere. Ogni scuola ha le sue preferenze; se si comincia con pratiche leggere e graduali, la posizione sdraiata permette di procedere più dolcemente nella seduta, mentre le posizioni in piedi, in cui il bacino non è bloccato dal terreno, presentano meno problemi relativi alle condizioni della regione lombare e preparano l’esecuzione di successivi intensi piegamenti. Alcune scuole pongono le posizioni capovolte all’inizio, altre alla fine. Come sempre, ogni preferenza è legata alle attitudini e alle limitazioni del praticante.
Mentre la maggior parte degli insegnanti danno una dimostrazione pratica dell’âsana proposto, alcuni preferiscono limitarsi a descriverlo, il che riduce lo spirito di emulazione e lascia l’allievo più libero nel trovare la sua propria esecuzione. Il primo metodo, d’altra parte, ha il vantaggio di una maggior precisione e di far guadagnare tempo. Nel dare tale dimostrazione, alcuni eseguono contemporaneamente agli allievi, altri preferiscono farli attendere la fine della spiegazione prima di cominciare la pratica. Nel primo caso la seduta ha una maggiore continuità, nel secondo si ottiene in generale una maggiore attenzione dai praticanti, particolarmente sulla maniera di sciogliere la posizione.
Nell’esecuzione di una singola pratica, l’insegnante può attirare l’attenzione su diversi aspetti. In alcune scuole si ritiene importante raggiungere in ogni caso la forma classica dell’âsana, in altre si utilizza l’âsana come un’occasione per l’espansione della coscienza, rimanendo in atteggiamento mentale ricettivo e percependo le sensazioni rinviate dal corpo nella posizione; in particolare, in ogni âsana si può avere un punto privilegiato di concentrazione (tipicamente il respiro, altre volte la colonna vertebrale o un organo specificamente stimolato), il che aiuta a ridurre il flusso dei pensieri e raggiungere uno stato mentale più intuitivo.
Molto varie sono le vedute sul modo di intervenire in caso di errori nella pratica. Alcuni ricercano fin dall’inizio la massima precisione, ma la maggior parte delle scuole consiglia di essere molto parchi di correzioni, lasciando che il progressivo aumento della consapevolezza di sé porti il praticante a una sempre maggiore perfezione; alcuni preferiscono non osservare neppure l’esecuzione degli allievi. Appare comunque opportuno l’intervento esterno quando il praticante, per sforzo di emulazione, rischia di danneggiarsi. Può sembrare inoltre opportuno correggere la posizione di partenza, nel caso che sia inadeguata, lasciando al praticante la scelta dell’intensità. Ad esempio, in bhujanga-âsana, la posizione del cobra (fig.11),
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Figura 11 |
è importante che le mani siano appoggiate a terra alla giusta distanza fra loro e dalle spalle, per avere un buon sostegno, mentre il sollevamento del corpo da terra può essere soltanto parziale, se vi sono problemi. Un altro caso significativo è dato dalle diverse varianti di trikona-âsana (fig. 12 e 13), la posizione a triangolo, in cui, se i piedi sono troppo vicini, il piegamento laterale risulta molto ridotto.
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Figura 12 |
Figura 13 |
Molte altre questioni si possono prendere in considerazione nella pianificazione di un corso. Fra queste, possiamo ricordare l’eventuale adattamento della pratica alla stagione, all’ora del giorno e all’ambiente. In genere, gli insegnanti richiedono un colloquio preliminare con l’allievo prima di ammetterlo al loro corso, per rendersi conto delle sue aspettative e delle sue limitazioni. Alcuni usano anche far compilare questionari appositi. Questo non è sempre possibile, specialmente quando l’insegnante non organizza il corso in proprio, ma opera in una palestra dove il corso di yoga è inserito fra attività diverse.
Quando possibile, la maggior parte degli insegnanti cercano di avere, alle diverse sedute, gruppi omogenei per esperienza, aspettative ed età; spesso si organizzano corsi finalizzati a uno specifico risultato, ad esempio per preparazione al parto o a scopi terapeutici. Altri sono però contrari a questa visione specialistica, considerando lo yoga essenzialmente una disciplina evolutiva, offerta a tutti, nella quale ognuno può praticare con diversa intensità, nell’àmbito dei princìpi tradizionali.
In conclusione di queste argomentazioni, osserviamo che spesso chi ha conosciuto una sola corrente, fra le varie che esistono nel mondo dello yoga, ha tendenza a pensare che esista una sola maniera «giusta» o «classica» di praticare e, di conseguenza, di insegnare. Il presente articolo vuole essere un invito a riflettere e a confrontarsi con esperienze diverse dalle proprie, rispettando e apprezzando le diverse vedute esistenti, per proseguire nella propria evoluzione senza alcun dogmatismo.
Alberto Stipo si dedica da circa 20 anni all’insegnamento dello yoga, sia dal punto di vista evolutivo, sia da quello delle applicazioni terapeutiche, seguendo il principio dell’adattamento della pratica alla persona. Ha pubblicato (tutti editi da Magnanelli):
Il respiro: spontaneità e controllo,
La colonna vertebrale: scioltezza e benessere,
Il libro completo delle tecniche yoga.
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