| Selene Calloni | ||
| Libertà
dall'illusione Nello yoga tantrico l'etica naturale è superamento del dualismo |
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«Lo yoga è una psicologia pratica» Aurobindo |
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Lo yoga è sicuramente una psicologia, se intendiamo con questo termine l’osservazione, a scopo conoscitivo, dell’animo umano. L’osservazione finalizzata alla conoscenza comporta la libertà di visione, dunque la psicologia dello yoga è innanzitutto liberazione degli organi e delle funzioni percettive da ogni tipo di condizionamento.
La nostra mente non è uno strumento che serve a conoscere la realtà, ma è un mezzo per interpretare il reale e crearne una rappresentazione che è ciò che gli antichi chiamavano mâyâ, gli scienziati definiscono paradigma e gli psicologi mappa del reale. Questa mâyâ è l’illusione, il sogno a occhi aperti che tutti vivono quasi sempre identificandolo con la realtà.
Vedere, sentire, toccare, gustare, odorare: il funzionamento dei sensi è retto da operazioni mentali. Quando l’individuo guarda, inconsciamente sceglie che cosa vedere, quando ascolta, sceglie, a un livello subliminale, che cosa sentire, ecc. È sulla base di queste scelte, determinate da una morale inconscia e meccanica, che l’uomo costruisce il proprio modello del reale.
Molti grandi maestri spirituali, da Aurobindo a Krishnamurti, hanno sottolineato l’importanza della assoluta libertà dell’osservazione per poter praticare uno yoga e hanno posto l’accento sulla necessità di concepire ogni modello religioso o culturale come tale, cioè come modello della verità e non come la verità, poiché, essi hanno precisato, la verità è oltre ogni religione dogmatica, oltre ogni scienza, cultura, sapere non rivelato ma costruito dalla mente.
«La mente è il grande distruttore della realtà », affermano i Veda.
Lo yoga si compone di tecniche psicofisiche che, lungi dal rivolgersi a un tentativo di modificazione dei tratti della personalità, hanno il fine di liberare l’individuo dalla personalità stessa.
La personalità (la parola «personalità» proviene dall’etrusco persu e significa «maschera») è il modello che ciascuno ha di se stesso e del mondo.
Lo yoga non ci propone un modello di personalità oppure un modello sociale, religioso, scientifico o psicologico un po’ migliore rispetto agli altri: lo yoga è la via della trascendenza di ogni paradigma in nome della ricerca della verità.
Credere che il proprio modello del reale sia la verità è alla base della formazione di quell’atteggiamento della coscienza che viene generalmente definito ego.
Concepire l’apparenza in quanto tale e riuscire a esistere simultaneamente dentro e fuori da essa, questo è definito come Sé, ovvero l’essere Testimone.
La verità è visibile solo dal Sé, e lo yogin che cerca il Sé vive nell’identità con il Sé, sapendo di non essere la propria mente, né, la propria emozione né il proprio corpo.
Non si può cercare il Sé se non essendo il Sé, giacché, sulla via della realizzazione, il cammino è identico alla meta e l’oggetto ricercato è lo stesso soggetto che ricerca.
Fino a che vi è nell’uomo la sensazione di non essere adeguato a un modello psicofisico di salute, fino a che permane una tensione che lo spinge a voler cambiare qualcosa di sé o della natura, egli è vittima dell’ego e quindi prigioniero dell’apparenza, non ha ancora inteso la propria natura come Sé, egli sta praticando lo yoga mediante l’ego e questo, nello yoga, significa aver già fallito.
Poiché gli opposti si creano vicendevolmente, sono i modelli stessi di salute che inducono le malattie, ecco perché Aurobindo afferma che un tempo, prima dell’avvento della scienza medica, l’uomo era naturalmente sano. La malattia è implicita nel tentativo di cura e solo quando è caduto qualsiasi tentativo di questo genere l’uomo realizza la propria vera natura che nello yoga è espressa nel mantra So’ham, ovvero «io sono Lui, io sono Quello».
Lo yoga non è terapia e non può essere assimilato a nessuna forma di terapia o psicoterapia, a meno di non venire snaturato. Qualsiasi terapia implica un modello di salute e malattia dal quale lo yogin deve sentirsi libero. Lo yoga è il cammino attraverso il quale l’individuo può giungere ad afferrare, nella mente, nell’emotività e nel corpo, l’apparenza in quanto tale, gustando simultamente, oltre ogni apparenza, la verità che è definita come Sat (potere di esistere), Cit (conoscenza), Ânanda (gioia).
«Che tutto in te sia gioia, questa è la tua meta», scriveva Aurobindo. La libertà è gioia, ma paragonare la ricerca di questa gioia alla ricerca della salute psicofisica che caratterizza tutte le vie terapeutiche scientifiche o naturali, tradizionali o alternative, è a dir poco fuorviante. Lo yoga è la via verso la realizzazione, cioè verso l’essere reale.
L’io è l’atto della differenziazione della coscienza dal tutto, atto che ha lo scopo di ritrovare volontariamente il tutto. L’individualità è lo strumento attraverso il quale la natura si conosce, il miele si assaggia, il fiore annusa il proprio profumo… Questa autoconsapevolezza assoluta è ciò che viene definito il Sé. Il Sé, testimone dell’esistenza, deve poter incontrare il divino nella calma delle nuvole che spaziano lente nel cielo, ma anche nel potere dell’uragano, nel profumo di un fiore che si schiude, ma anche nell’impermanenza di un fiore che appassisce. Il divino che ruggisce nei tuoni e nei terremoti, infatti, non è né buono né cattivo, egli semplicemente è. Senza il superamento della morale che condiziona il funzionamento del sistema percettivo e fa tremare l’uomo di paura di fronte a ciò che appare indesiderabile, non si potrà mai essere testimoni della verità.
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Matsyendranâtha, mitico guru e iniziatore della scuola dei nâtha-yogin, la più importante tra le scuole dello yoga tantrico, che riconosce Shiva come Maestro supremo. |
La gioia non è assenza di dolore, ma è una percezione libera ed equanime della vita, al di là della morale inconscia.
La morale inconscia che condiziona la percezione della realtà sprofonda metà del cosmo nell’inaccettabile e l’altra metà nell’inarrivabile. L’uomo finisce allora per essere quella nullità che abita lo spazio tra l’impossibile e il non conquistabile e che si dibatte per sfuggire a una sofferenza, un’imperfezione, una malattia, una morte che egli non è in grado di concepire quali mere apparenze o suoi stessi prodotti.
Questo dibattersi, qualunque cosa sia, non è yoga.
In Occidente lo yoga, snaturato e assimilato a un metodo terapeutico, viene spesso a far parte della grande industria della salute. I suoi praticanti appaiono individui alla ricerca di un sistema per superare quei tratti della loro personalità o del loro corpo che non sono ancora riusciti a vivere quali strumenti del loro stesso potere di gioia e libertà.
«Gli dèi sono diventati malattie» diceva Jung. Così, lungi dal divenire testimoni della loro impermanenza, ansia, impotenza, solitudine o rabbia, quei praticanti cercano nell’apparente calma delle tecniche di rilassamento la fuga dal Sé. Shiva, il Signore dello Yoga, la divinità che ruggisce nella natura, nel corpo e nella psiche degli individui per richiamarli a sé, rimane il loro incubo.
Le religioni e le culture moralistiche hanno diviso il cosmo in materia e spirito e ne hanno fatto dei modelli basati su leggi di causa ed effetto le quali uccidono la forza del mistero e il potere della fede, hanno diviso il microcosmo umano in inaccettabili e inarrivabili, in malattie, devianze, handicap, follia da un lato e salute o normalità dall’altro. Queste religioni e culture, che sono servite alla formazione e coesione dei grandi imperi, come l’impero romano, e che sono funzionali ai moderni imperi economici, sono state, forse, necessarie al movimento di differenziazione della coscienza umana dalla natura, movimento che, come si diceva, ha lo scopo di creare l’io quale strumento di riconoscimento cosciente del tutto.
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Raffigurazione tantrica del corpo umano con i suoi aspetti «sottili» (Nepal, sec. XVII). |
All’origine di ogni religione o cultura vi è stato un vero slancio spirituale e rivoluzionario che, però, è stato successivamente spento nei processi di codificazione, canonizzazione e istituzionalizzazione. Neppure lo yoga si è salvato da questo destino, infatti il cosiddetto yoga classico di Patanjali è, con i suoi yama e niyama, le astinenze e le osservanze morali, il momento della moralizzazione dello yoga antico che è rappresentato dallo yoga shivaita e tantrico.
Notiamo inoltre che anche il processo di industrializzazione dei popoli ha dimostrato di accompagnarsi a una forte moralizzazione sociale. Noi europei, che ci troviamo nella cosiddetta fase post-industriale, ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle quel pesante moralismo che, invece, possiamo osservare cresce nei paesi che, come l’India, stanno conoscendo oggi l’industrializzazione.
La morale è, a livello psicologico profondo, responsabile dell’atteggiamento violento dell’uomo nei confronti della natura che ha portato questo pianeta alle soglie del disastro. Osservata attraverso il filtro del giudizio morale, la natura appare come una sorta di madre nera, aggressiva, spietata, culla di dolore e di morte. La ricerca del benessere dal punto di vista della morale è un tentativo di rimuovere dall’esistenza tutte le forze apparentemente malvagie, tentativo che lascia l’esistenza assolutamente incompresa e impedisce all’uomo, spaventato da una malvagità che è reale solo fino a che la si crede tale, di vivere la vita per davvero.
L’istinto è espressione dell’etica naturale la quale, a differenza del giudizio mentale, non è opposizione ma coincidenza degli estremi. La natura che, pensata attraverso il giudizio morale appare quale madre nera, diviene il riflesso della madre celeste se vissuta attraverso l’etica istintiva.
Nell’uomo primitivo, come nel bambino neonato, l’istinto è il principio incosciente che guida la vita. Perduto, negato, ribaltato nel giudizio razionale, l’istinto può finalmente essere riscoperto e vissuto consapevolmente dall’uomo attuale. Ogni cosa per essere cosciente di sé deve prima perdersi, tutte le cose per riconoscersi devono prima negarsi.
L’istinto, perduto e ritrovato, può finalmente divenire cosciente di sé e riconoscersi nell’anima.
All’origine di ogni religione vi è una spiritualità di natura fondata sull’etica istintiva nella quale gli opposti coincidono. Prendiamo come esempio la più dualistica di tutte le religioni, quella di Zarathustra. Nel suo stato puro questo dualismo è la lotta tra il bene e il male, la luce e le tenebre, tra due princìpi opposti che provengono, però, dalla medesima origine. Il male e il bene sono due aspetti diversi dello stesso principio divino che comprende il tutto in sé. Prima che il mondo divenisse preda del male (che noi potremmo identificare con la mâyâ, la rappresentazione mentale, morale del reale che copre la realtà al fine di permettercene un ritrovamento cosciente) e prima che scoppiasse la lotta tra i due principi opposti: il male, che vuole tenere la coscienza prigioniera dell’apparenza e il bene che la vuole liberare, esisteva uno stato unitario. All’origine non vi era alcun conflitto e tutto ciò che è stato spezzato, è stato diviso all’unico scopo di venire riunificato.
Concepita quale apparenza, l’esistenza del male è un atto d’amore che ha lo scopo di nascondere alla consapevolezza umana la visione dell’unità per permettere all’uomo di trovare in modo autonomo, volontario e cosciente la totalità.
Il dualismo della religione di Zarathustra non ha potuto conservarsi nel suo stato puro. Le masse incolte che ne hanno ricevuto gli insegnamenti e le leggende le hanno modificate in conformità con la loro capacità spirituale e mentale.
Nella maggior parte dei casi il dualismo e la conseguente moralizzazione degli insegnamenti e delle leggende religiose o mitologiche è conseguente alla loro volgarizzazione.
Il moralismo, che ha reso le religioni e le culture funzionali agli imperi, poiché ha depauperato l’individuo delle sue forze più selvagge e indomabili, le quali coincidono con il potere di autorigenerazione del suo corpo e con la spinta spirituale della sua anima, è una forza che non proviene dall’azione di ipotetici padroni-carnefici, più di quanto non provenga dai popoli sottomessi. In questo gioco non ci sono carnefici né vittime, ma tutti sono ugualmente responsabili del proprio smarrimento nella confusione, smarrimento che, però, prelude alla più grande conoscenza e libertà.
Lo shivaismo è una religione istintiva, è la prima forma di slancio spirituale e di indagine psicologica dell’umanità. Shiva è il padre di tutte le divinità di natura, di ogni sciamano e guaritore.
Il tantrismo è la sola forma sotto cui lo slancio spirituale e rivoluzionario che è alla base della religiosità e della cultura umana, è giunto intatto, persino nei suoi aspetti pratici e rituali, fino ai nostri giorni. Il panteismo, il dionisismo, i culti egizi e le altre grandi religioni e culture di natura non hanno avuto la stessa fortuna del tantrismo.
Il tantrismo, grazie al suo carattere esoterico, e, come afferma A. Daniélou, grazie alla struttura a caste della società indiana, ha portato intatta fino ai giorni nostra la propria caratteristica di spiritualità naturale non dualistica, senza che essa potesse né venire svilita da un processo di massificazione, né condannata e distrutta quale eresia.
È indispensabile che da noi occidentali, amanti e praticanti dello yoga, parta una spinta decisa a ritrovare lo yoga nelle sue vere origine shivaite e tantriche, lasciandoci anche guidare dalle profezie degli antichi che indicano nel tantrismo una pratica di fondamentale importanza per gli uomini della nostra epoca: «Durante il Kali-yuga il Gran Dio Shiva, il pacificatore, blu scuro e rosso, si rivelerà sotto mentite spoglie per ristabilire la giustizia. Coloro che andranno a lui saranno salvi» (Linga Purâna).
Selene Calloni, psicologa, si occupa di yoga, tantrismo e sciamanismo da quasi venti anni, di cui sei trascorsi in Oriente, nello Sri Lanka, dove si è diplomata presso l’Oriental Yoga Academy di Colombo. Ha pubblicato Energia e armonia nello yoga integrale (1993), Lo yoga del Cielo e della Terra (1994), La reintegrazione attraverso la gioia (1996), Yogin e sciamano (1997), Iniziazione allo yoga sciamanico (1999). Attualmente vive in Svizzera, ma tiene corsi e seminari in diverse località d’Europa e anche in Sri Lanka.
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