F.N.E.Y.
Hatha-yoga - Posizioni di rotazione

 


 

INDICE

 

Christine Villiers
Prefazione

Rémy Chaloin
Coscienza-Energia nelle posizioni di rotazione

Yvonne Millerand
Rotazioni e circumduzioni

Patrick Tomatis
L’elica, la scelta e la libertà

Boris Tatzky
L’acqua e il fuoco

Jean-Pierre Laffez
Rotazioni e torsioni: aspetti anatomici e fisiologici

Yolaine e Francisco Cantalejo
Il senso simbolico della rotazione nei Tarocchi e in psicanalisi

Cyrille Javary - René Percheron
I viaggi della spirale

Annick de Souzenelle
Approccio alla simbologia della spirale

François Roux
Meditazione su un gesto ispirato

Bernard Rerolle
La dinamica del rivolgimento

Pascale Brun - Anne Dominique Fontaine
Glossario generale delle posture di rotazione

Christine Villiers
Lessico dei termini sanscriti

 


 

PASSI SCELTI

L’ACQUA E IL FUOCO

 

INTRODUZIONE

 Hatha-yoga: definizione

Hatha-yoga può essere tradotto con «yoga della forza» e considerato come una via di liberazione violenta e rapida. Ma la sua etimologia offre delle prospettive di analisi molto più profonde.

Hatha è formato da due sillabe che, secondo una traduzione convenzionale, significano: ha = il sole, tha = la luna.

Questo termine rappresenta la congiunzione della luna e del sole, e consiste nell’unione, nel cuore dell’essere, di questi due corpi celesti, o, più esattamente, degli opposti simboli che sono loro rispettivamente associati: l’acqua e il fuoco, il femminile e il maschile.

Una tale interpretazione è inseparabile dalla filosofia tantrica, secondo cui il corpo umano è una rappresentazione olografica dell’universo, un microcosmo, organizzazione in scala ridotta, analogo al macrocosmo. Questo è il motivo per cui ritroviamo nel nostro corpo tutti gli elementi che costituiscono il mondo (in particolare l’acqua e il fuoco), oltre alle tracce delle differenti tappe della «creazione» (latenza e dispiegamento dell’energia). La realizzazione dell’essere umano si tradurrà nella presa di coscienza della propria vera essenza, e nella fusione con il principio primordiale all’origine del Tutto. Lo hatha-yoga, insegnamento tantrico, incentra la pratica sul risveglio della forza vitale, energia specifica dell’individuo, particella della grande Energia indifferenziata, motrice e coesione del mondo. Si apparenta dunque alla via dell’energia

Matsyendrâsana: postura archetipica

Matsyendrâsana è tradizionalmente considerata una delle cinque posizioni archetipiche dello hatha-yoga. In effetti, attraverso il suo nome, la sua realizzazione pratica, i suoi effetti energetici, ne traduce la quintessenza.

Origine del nome

Le posizioni fanno abitualmente riferimento a eroi e dèi mitologici, a stati d’essere, a simboli, al mondo animale, vegetale, minerale, o ancora a oggetti o strumenti significativi dell’evoluzione dell’umanità (come il bastone, l’arco, la ruota, l’aratro ecc.), un modo sottile ed efficace di stabilire, con una pratica ben compresa, un avvicinamento alle forze elementari della natura, e di integrare le grandi divisioni del mondo manifestato per mezzo dei principali simboli fondamentali (la tartaruga, l’albero, il triangolo…)

Matsyendrâsana è una delle rare posizioni che porta il nome di uno yogin illustre, Matsyendra-nâtha, i cui meriti furono all’altezza di questo privilegio. Sul piano storico Matsyendra è ritenuto, con Goraksha, il fondatore della scuola tantrica dei nâtha-yogin, alla quale Svâtmârâma si riferisce come discepolo iniziando la sua celebre Hathayoga-pradîpikâ. Avrebbero entrambi contribuito all’elaborazione della tecnica dello hatha-yoga e alla sua diffusione su tutto il territorio indiano.

L’insegnamento spirituale dei Nâtha, (Maestro, Signore o ancora Protettore dello yoga) nasce nel Bengala. Nel dodicesimo secolo conosce uno slancio considerevole e tutt’oggi lo incontriamo nei suoi territori d’origine. Come nello yoga classico di Patañjali, vi si ammette una divinità, Adinâtha, assimilabile a Îshvara, il signore degli yogin, onnisciente. Tuttavia, questa divinità di elezione, primo grande nâtha, maestro dell’origine, «che insegnò la scienza dello hatha-yoga» (H.Y.P, 1.1), è in effetti un’evocazione del dio Shiva, e questo movimento, benché impregnato da diversi altri culti, sviluppa soprattutto numerose caratteristiche shivaite.

Matsyendrâsana riflette queste origini e rende omaggio alle qualità intrinseche del grande saggio a cui dobbiamo questa forma particolare di yoga, e che da allora ha naturalmente raggiunto il mondo delle leggende: si dice che abbia raggiunto lo stato di perfezione nello yoga mediante la pratica intensa della posizione che porta il suo nome.

Realizzazione fisica: verticalità dell’asse della vita.

Benché appartenga alla classe delle torsioni, matsyendrâsana colloca la colonna vertebrale su di un piano verticale e, nella sua pratica completa, rallenta la circolazione periferica dell’energia negli arti inferiori, favorendo la risalita verticale dell’energia.

Corrisponde pienamente allo spirito dello yoga, il cui maggior obiettivo posturale è il mantenimento prolungato della posizione seduta, busto eretto, gambe ripiegate, posizione considerata dalla tradizione come la più propizia allo stato di meditazione e all’ascensione della Coscienza-Energia.

Effetti energetici: unione delle polarità

Due correnti energetiche, qualificate come lunare e solare, concretizzano nel nostro corpo i due simboli specifici dello hatha-yoga (luna e sole, acqua e fuoco). Salgono ai lati della colonna vertebrale all’interno di due canali (nâdî) sottili, idâ e pingalâ, dalla zona radice fino all’estremità delle narici sinistra e destra. Queste due nâdî s’intersecano, come per permettere un migliore equilibrio e una ripartizione più armoniosa tra le polarità di queste energie, tutt’attorno alla nâdî centrale, sushumnâ. Alla base di questa sushumnâ-nâdî sonnecchia, arrotolata su se stessa, Kundalinî, l’Avvolta, la Coscienza-Energia che occorre risvegliare, per perfezionare la nostra condizione, e condurre fino alla sommità del cranio, nel centro di energia sottile sahasrâra-chakra.

Matsyendrâsana imprime alla colonna vertebrale un movimento a spirale che tende, lo vedremo più avanti, a riequilibrare le nostre due energie complementari, a riunire, nello specifico, capacità d’azione e interiorità, forza e sensibilità.

Nel cuore del nostro essere riproduce la spirale di vita che ritroviamo in tutti gli stati della materia, dall’infinitamente piccolo fino all’infinitamente grande (DNA, ciclone, galassia, nebulosa…) e ci fa così partecipare a questo grande movimento dell’Energia universale. La spirale è il segno manifesto del vivente.

Per queste tre importanti ragioni matsyendrâsana si pone come una posizione di alta realizzazione.

 

I - DESCRIZIONE

Partiamo alla scoperta dell’universo simbolico e pratico di questa posizione, guidati dall’intelligenza luminosa di Svâtmârâma. Ecco la descrizione che ne dà:

Dopo aver afferrato il piede destro posto alla base della coscia sinistra (con la mano sinistra passante dietro il dorso) e il piede sinistro appoggiato contro l’esterno del ginocchio destro (con la mano destra), si stia con il busto voltato nella direzione opposta: questo è l’âsana insegnato dal santo Matsyendranâtha.

Il matsyendrâsana (postura di Matsyendranâtha) è l’arma che distrugge una quantità di malattie terribili; grazie alla sua continua pratica, esso ravviva il fuoco gastrico degli uomini, permette il risveglio della kundalinî e la stabilità del chandra.

Queste poche righe ci lasciano intravedere risultati stupefacenti, suscettibili di stimolare curiosità ed entusiasmo nell’esercitarci!

 

II - NATURA DELLA TRASMISSIONE: RUOLO DEL SIMBOLO

La comunicazione passa inizialmente attraverso la gestualità, poi si elabora con la verbalizzazione e si fissa infine con lo scritto. Il linguaggio apre la via al simbolo, cioè all’allegoria creatrice di associazioni d’idee, avvicinando il mondo delle forme e quello delle idee, rendendo intelligibili due nozioni, il concreto e l’astratto. Ogni trasmissione di carattere iniziatico si serve di questa via e si esprime in termini volontariamente ambigui che inducono diversi livelli di comprensione. Compare allora la nozione di segreto che ha un ruolo di freno, di sicurezza, poiché ogni sâdhana (cammino spirituale) necessita di pazienza e riflessione.

I simboli saranno i segni di riconoscimento (symbolum), grazie ai quali il cercatore di verità si avvicinerà all’iniziato, il filo d’Arianna che lo condurrà dall’ignoranza a maggiori conoscenze, dall’oscurità alla chiarezza. Il tempo della realizzazione avrà un ritmo individualizzato, poiché il viaggio labirintico della via spirituale non può effettuarsi senza pericolo se si bruciano le tappe. Solo la decifrazione progressiva dei segni, secondo il livello di coscienza del momento, sfocerà in una triplice evoluzione: fisica, psicologica e spirituale.

Questo linguaggio a più facce utilizza un codice segreto carico d’immagini, di formule, e i grandi testi di yoga non sfuggono a questa regola. Al contrario, ci interpellano sulla causa prima del mondo, l’esistenza dell’assoluto, il mistero del creato. E il mistero è «ciò che non abbiamo ancora finito di comprendere», diceva Sant’Agostino; è, in effetti, ciò che intimamente ci attrae. La ricchezza contenuta nei testi tradizionali permette una lettura non congelata, una percezione continuamente rinnovata, un’apertura sempre possibile verso una scoperta imprevista, folgorante.

La Hathayoga-pradîpikâ è una vera miniera di metafore. è il «filtro d’entrata» in una pratica cosciente e ricca d’insegnamenti.

 

III - ANALISI DEI SIMBOLI E DEGLI EFFETTI

Lo studio etimologico rappresenta un mezzo abbastanza semplice per penetrare in parte il mistero di questa posizione: la comprensione intellettuale è sufficiente. Al contrario l’analisi degli effetti necessita di maggior delicatezza e sforzo personale, perché sarà esplicita solo appoggiandosi su di un vissuto autentico.

Etimologia

Matsyendra è formato dalla giustapposizione di due vocaboli: matsya (pesce) e Indra (dio guerriero).

La congiunzione di questi due elementi appartenenti l’uno al mondo animale, l’altro alla mitologia indiana, con un terzo nella persona del grande yogin Matsyendra, ci riporta a una delle numerose interpretazioni simboliche del triangolo, l’evoluzione degli esseri viventi secondo tre gradi: l’animale o la non coscienza, l’essere umano o la coscienza, il dio o la sovra-coscienza. Questa triade configura il mutamento tra lo stadio dell’ignoranza (avidyâ), o coscienza ordinaria, e lo stato veramente umano che si traduce nella conoscenza della nostra particella divina, la super-coscienza.

D’altronde ciascuna delle componenti di Matsyendra è carica di significato: matsya, il pesce, simboleggia l’acqua necessaria alla propria vita e per estensione a ogni vita. (Notiamo che il tantrismo assimila l’acqua a Prâna, il soffio vitale). è in associazione con la fertilità e quindi con la femminilità, in relazione con la nâdî lunare idâ. Per l’India diviene la cavalcatura efficace e rapida di Varuna, Signore dell’oceano, e partecipe, in quanto tale, dei fenomeni di nascita e di rinascita che si compiono dentro o sulla superficie dell’acqua. Simbolizza lo spirito che, come lui, si mostra costantemente agitato, vivo, imprendibile e tuttavia capace di essere stranamente fisso, centrato, più pronto all’azione giusta in situazioni estreme.

Il pesce è anche considerato il conservatore del sapere e lo strumento tramite il quale si effettua il passaggio iniziatico.

La mitologia racconta che Vishnu, venerato come «il salvatore del mondo» apparve nella sua prima manifestazione sotto forma di pesce, matsya-avatâra (avatâra = discesa del principio divino nella materia). Annunciò allora la prossima distruzione del mondo per mezzo delle acque, e ordinò la costruzione di un’arca che doveva contenere tutti gli elementi necessari all’elaborazione del mondo futuro. Guidò poi questa preziosa imbarcazione sulle acque tumultuose fino a quando non si acquietarono. Alla conclusione di questo cataclisma svelò agli esseri umani i Veda, il sapere originale, tenuto ben nascosto nella sua conchiglia durante i periodi di tempesta. è nel fondo di questa stessa conchiglia che Vishnu preserva il suono primordiale OM, considerato come il Verbo manifestato.

Il pesce diviene anche sinonimo di «sapere» e di «verbo rivelatore». Bisogna notare che ha un identico ruolo nella religione cristiana: il Cristo rappresentato dal pesce è assimilato a un pescatore, incaricato di salvare gli esseri umani, e le acque battesimali divengono purificatrici e luogo di rinascita come il diluvio mitologico indiano.

Un’altra leggenda concernente la nascita dello yoga si riallaccia a questa simbologia del pesce. Eccone una versione:

All’inizio, lo Yoga, stato di unità, era appannaggio degli dèi. Shiva, la purezza stessa dello stato di Yoga, decide di trasmettere l’iniziazione allo Yoga alla sua sposa Pârvatî in un’isola deserta, e là, guardandola negli occhi, le insegnò lo stato di Yoga. Tutto intento all’unione con la sua Shakti, non fece caso a un pesce che si manteneva nelle vicinanze, immobile nell’acqua, ascoltando con concentrazione l’insegnamento. Poi il pesce si allontanò velocemente dall’isola in direzione della terra. Shiva scorse il suo movimento, e pensando che lo si derubasse del segreto dello Yoga, si lanciò all’inseguimento. Ma il pesce, durante la corsa, realizzò l’insegnamento che aveva ascoltato. Arrivò sulla terra nello stesso momento di Shiva, e si trasformò in uomo. Davanti a un tale prodigio Shiva gli diede la sua benedizione e gli disse: «Tu hai veramente realizzato lo stato di Yoga. è arrivato il momento di trasmetterlo agli esseri umani, tu sarai il mio messaggero presso di loro».

Il pesce rappresenta qui l’aspetto femminile presente in ciascuno di noi, l’espressione dell’intelligenza intuitiva. Quest’antenna invisibile legata alla Realtà, non può essere efficace che nell’immobilità perfetta, la contemplazione, il rapimento dello stato meditativo. Così, è nell’immobilità che il pesce della leggenda creò e visse l’osmosi con l’ambiente divino. Ma il più leggero fremito rompe questo filo d’oro teso, questo equilibrio magico formato da due intelligenze per un istante accordate l’una all’altra. Questi elementi di percezione totale, tanto effimeri quanto potenti, si imprimono in modo indelebile nella sostanza profonda dell’essere. Ricordo indimenticabile, segnano il passaggio da uno stato incompiuto a uno più elaborato.

Per il pesce mitico, la realizzazione fu completa, l’immutabilità definitivamente conquistata tramite lo yoga!

Quanto a Indra, simbolo del fuoco, è associato al maschile, alla nâdî solare pingalâ. è un dio guerriero, che presiede alla tempesta, armato di Vajra (fulmine-lampo) e attraversa il cielo a cavallo o in un carro d’oro. Nella storia favolosa dell’India è Varuna che occupa per primo il posto di monarca, creatore del mondo e signore delle piogge e dei fiumi. Divide ben presto il suo potere con altre due divinità celesti. Ma, per la loro mancanza di vigilanza, il gruppo di nuvole benefiche viene rubato da Vritra (il cui nome significa «resistenza»), il terribile dragone, e la siccità si produce sulla terra riducendo gli umani alla carestia. Nasce allora Indra.

Ben presto, nutrito di Soma, diviene un potente guerriero e parte per combattere Vritra… La sua vittoria sul dragone libera le nuvole e rilascia le acque.

Dopo questa impresa Indra viene promosso re degli dèi e assume il ruolo creatore di Varuna a cui è accordato il regno degli oceani. Ecco il racconto di questo celebre combattimento:

Egli uccise il dragone che si aggrappava alla montagna.
Tvastar aveva costruito per lui il fulmine sonoro.
Come delle vacche mugghianti, correndo
dritto verso il mare le acque sono precipitate […]

O Indra, quando uccidesti il primo dei dragoni,
sventati gli artifici del maestro d’artifici,
creando allora il sole, il cielo, l’aurora,
tu non hai più da allora incontrato dei rivali.

Indra rappresenta la forza mentale indispensabile per intraprendere e perseguire con successo lo yoga considerato dalla tradizione come un’azione eroica, il fuoco che perfora l’oscurità, dirige o allontana i pericoli.

L’associazione simbolica dei due termini che compongono Matsyendra si può tradurre con «Signore dei pesci», in riferimento al mito del pesce salvatore, che ha realizzato il Sapere, la conoscenza immediata del Reale, per mezzo dell’ascolto e dell’azione. Queste due facoltà rappresentano i nostri opposti, l’acqua e il fuoco, il femminile e il maschile, le due forme d’intelligenza, intuitiva e discorsiva.

Indra, eliminando l’ostacolo rappresentato dal dragone, ristabilisce il corso delle acque. L’impresa rappresenta il fatto di abbattere gli ostacoli che frenano la libera circolazione dell’energia vitale in ciascuno di noi (prâna). Questo «signore» è inoltre capace di padroneggiare il pesce: si tratta allora di immobilizzare lo spirito per passare dall’esteriorizzazione all’interiorizzazione (pratyâhâra), senza cui non c’è possibilità di progresso.

Certamente questa visione simbolica non è un puro esercizio di stile né il frutto del caso. Corrisponde a una verità, una saggezza senza tempo. è attraverso il corpo, e grazie alla pratica dello yoga, che potrà concretizzarsi, prendere vita e verificarsi nel nostro essere interiore.

Simboli legati alla pratica

L’analisi ermeneutica dei «frutti della pratica» di matsyendrâsana svela maggiormente tutta l’estensione dell’esperienza.

Svâtmârâma assegna il primo posto ai risultati fisiologici. Parte dal piano più esteriore dell’individuo per pervenire progressivamente al più interiore. Cominciare a purificare il nostro primo involucro è indispensabile prima di incominciare a mettere in luce i rivestimenti più profondi. Tuttavia, conformemente al rapporto esistente tra queste differenti parti, ogni effetto ha una risonanza sull’insieme. Quando il corpo fisico si trasforma, guadagna in scioltezza e tonicità, la coscienza in parallelo si rischiara e si espande. L’armonia pervade tutti gli strati dell’essere.

Matsyendrâsana «ravviva il fuoco gastrico», afferma l’autore. Egli fa allusione all’energia caratteristica della zona ombelicale, situata in manipûra-chakra. La compressione dell’addome da parte della gamba ripiegata favorisce le funzioni d’assimilazione ed eliminazione considerate primarie dalla medicina ayurvedica. L’energia vitale propizia all’azione, stimolata da questo migliore scambio, s’accresce per il nostro maggiore benessere.

«è l’arma che distrugge una quantità di malattie terribili» leggiamo in seguito. Queste malattie terribili possono essere assimilate alle perversioni mentali di ciascuno. Imparando a dialogare con le forze antagoniste in gioco nella posizione, il praticante lentamente accetta le asimmetrie del corpo, rinuncia al tentativo chimerico e disperante di identificarsi con un modello. Si distacca dall’utopia per entrare nella realtà. Il cerchio simboleggia il mentale che gira in tondo, prigioniero dei cinque tormenti fallaci (klesha) che popolano e agitano la coscienza ordinaria dell’essere umano: l’egoismo, il desiderio, l’odio, l’attaccamento e l’ignoranza4. Sapere, saggezza e perseveranza nello yoga assicurano la liberazione, l’arresto dell’agitazione della mente.

Infine, la pratica conferisce agli esseri umani «il risveglio della kundalinî e la stabilizzazione del chandra». Kundalinî, l’abbiamo detto, è l’energia arrotolata alla base della colonna vertebrale, in mûlâdhâra-chakra. Questa potenza primordiale latente non è altro che la Coscienza pura, la facoltà di percezione giusta. Rappresenta la potenza della vita che, una volta risvegliata, accresce e acuisce l’insieme delle capacità dell’essere umano. Il risveglio di Kundalinî implica la cessazione delle perdite d’energia causate delle costanti contraddizioni esistenti tra i nostri atti e i nostri pensieri. L’unificazione genera la piena efficienza della forza viva che ci anima, e di conseguenza lo stato di salute, poiché solo il dubbio creato dall’ignoranza produce sofferenza e malattia.

Come arrivare a ciò, se non favorendo la dissoluzione delle nostre dualità, fonte della nostra difficoltà a «essere» molto semplicemente? Matsyendrâsana permette questa riconciliazione degli opposti, intrecciati come le maglie di una rete. Mette in movimento, con una prima torsione a sinistra, l’energia lunare rinfrescante, femminile e pacificante; poi, con una torsione a destra, privilegia la circolazione dell’energia solare, calda, maschile e tonificante: un’eguale sollecitazione delle due tendenze fondamentali dell’essere umano. Si stabilisce una corrente alternata, che purifica le nâdî idâ e pingalâ, dissolve ogni percorso preferenziale e produce una polarità benefica, poi una maggiore fluidità dell’energia vitale all’interno dell’asse verticale. Questa torsione a spirale agisce come una chiusa e prelude all’equilibrio promesso da Svâtmârâma: «stabilizzazione del nettare lunare». Il nettare lunare evoca l’intelligenza intuitiva, percorso del risveglio, e può essere allora considerato come la fonte stessa della vita: «Il mondo è guidato dalla conoscenza, la conoscenza è il suo fondamento». Designa anche la bevanda dell’immortalità, il soma, bevanda degli dèi concessa ai valorosi mortali giudicati adatti ad accedere al cielo e per analogia, alla beatitudine luminosa: il nirvâna.

Questa beatitudine, figlia dell’armonia interiore stabilizzata, procura l’immortalità perché:

Quando qui sulla terra tutti i legami del cuore sono infranti, allora il mortale diventa immortale. Questo è l’insegnamento.

I legami fanno riferimento ai klesha, strettamente associati alla nozione di ego, scoglio che ostacola la percezione della nostra vera essenza. L’identificazione con il nostro ego perituro o con la nostra particella divina immutabile è il cruciale dilemma proposto all’intelligenza umana. La prima ci fa piombare nel transitorio, la paura, il mondo di mâyâ, l’illusione. La seconda ci assicura la pace, la gioia (ânanda), l’eternità. Questa determinante alternativa coincide con la simbologia della spirale, si evidenzia nel cuore della pratica di matsyendrâsana. La spirale è una configurazione naturale e concreta presente nei regni vegetale, animale e umano. Disegna il movimento, lo spostamento di una forza in azione come, ad esempio, quella del vento nel cuore di un ciclone, o la concretizzazione dell’Energia creatrice nel modo manifestato e il ritorno verso il non differenziato.

Illustrando il concetto d’involuzione (percorsa dall’alto verso il basso) o di evoluzione (dal basso verso l’alto), è la traiettoria da seguire per andare dal cuore verso l’origine e inversamente. Figura elicoidale che unisce vita e morte senza interruzione, segna una continuità ciclica e tuttavia progressiva, tramite un cambiamento di livello a ciascun nuovo passaggio.

Dispiegandosi all’infinito, essa è il soffio Prâna, la grande respirazione del mondo, l’equilibrio dell’essere umano ritmato dall’inspirazione e dall’espirazione: espansione e contrazione, prendere e rendere, equilibrio che unisce microcosmo e macrocosmo. Tra queste due oscillazioni esiste un istante di sospensione, di riposo estatico che segna l’identica completezza del pieno e del vuoto. Infine nel corpo umano questa doppia elica, costituita dalle due nâdî che avvolgono sushumnâ, sembra essere una replica sottile dell’infrastruttura del DNA. Mentre quest’ultimo determina la vita fisica dell’essere umano, la spirale sottile partecipa strettamente alla sua vita spirituale. Permetterà di sperimentare nei due sensi il movimento dell’energia vitale fino allo stadio dell’illuminazione.

Matsyendrâsana imprime alla colonna vertebrale un movimento di torsione che gioca il ruolo di «starter», di propulsore d’energia e implica una nozione di forza trattenuta. Questa doppia elica avvitata a sinistra e poi a destra (seguendo l’insegnamento dello Hathayoga-pradîpikâ) libera, una volta rilasciata, una dinamica potente, un turbine di energia intensa (simile al liberarsi di una molla che sia stata compressa). La pressione indispensabile all’unicità finale, all’abbandono, simboleggia lo sforzo necessario alla Realizzazione suprema, e ci riporta al mito tantrico di Shiva e Shakti: energia e movimento, essere e dinamismo.

 

IV - ESEMPIO DI UNA PRATICA

Matsyendrâsana, complessa nel suo simbolismo e nei suoi effetti, lo è anche nella sua pratica (fig. 1). È molto difficile da eseguire. Fortunatamente in forma semplificata, ardha-matsyendrâsana (fig. 2) offre vantaggi identici, e in piu permette diversi adattamenti che la mettono alla portata di chiunque.

Fig. 1 Fig. 2

Abbiamo dunque scelto volontariamente una variante molto semplice di ardha-matsyendrâsana per non essere limitati da un qualsiasi fastidio fisico e poter vivere il più intensamente possibile la circolazione dell’energia proposta.

Come assumere la posizione

Seduti, le gambe allungate davanti a sé, raddrizzare la colonna vertebrale e verificare l’appoggio dei due ischi sul pavimento. Poi piegare la gamba sinistra e sistemare il piede sinistro, con la pianta al suolo, contro l’esterno del ginocchio destro. Tenere la gamba destra tesa; il piede destro in asse con la gamba, puntare le dita del piede verso il viso, afferrare il ginocchio sinistro con l’incavo del gomito destro, la mano destra si posa sulla coscia sinistra (fig. 3). Effettuare allora una leggera trazione con il gomito per premere la coscia contro l’addome. Inspirando, girare il busto a sinistra di circa 90°, poi, espirando, girare la testa lentamente e senza sforzo, il mento in direzione della spalla sinistra. Appoggiare la mano sinistra al suolo verso il gluteo destro e utilizzarla per respingere il suolo e verticalizzare la colonna vertebrale. Mantenere entrambe le spalle su di un piano orizzontale e stabilizzare la posizione. Adottare una respirazione calma e profonda.

Fig. 3

Tragitto della circolazione dell’energia

Con gli occhi chiusi, inspirare lentamente spostando lo «sguardo interiore» dall’estremità delle dita del piede destro, poi lungo la parte interna della gamba tesa, fino al chakra «radice», mûlâdhâra. A polmoni pieni, praticare mûla-bandha sollevando il pavimento pelvico.

Espirare profondamente facendo risalire la coscienza lungo l’asse vertebrale fino al padma di âjñâ-chakra, corrispondente alla base occipitale, continuare il tragitto mentale scendendo lungo la parte interna del braccio sinistro fino all’estremità delle dita della mano. A polmoni vuoti, riportare direttamente la sensibilità al piede destro e riprendere questo movimento sottile dell’energia più volte.

Sciogliere poi la posizione con precauzione e praticare la torsione a destra accompagnata dalla circolazione dell’Energia seguendo il medesimo procedimento. Restare poi un momento in una posizione di meditazione a vostra scelta, raddrizzando la schiena, per vivere pienamente l’unificazione energetica.

La sinergia risultante dall’attitudine fisica corretta, dal controllo del respiro, dal movimento controllato della coscienza, assicura tutta la sua efficacia all’âsana; essa caratterizza pienamente il cammino dello Yoga dell’Energia.

Boris Tatzky

 

 


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