Adolfo Tamburello

Le isole delle donne

 


 

INDICE

  

Introduzione

Parte prima - Le tradizioni d’Occidente e d’Oriente
I. Le tradizioni del Mediterraneo antico
II. Le testimonianze medioevali per l’Asia
III. L’Europa e l’Atlantico fra Medioevo ed Età Moderna
IV. Le relazioni dal nuovo mondo
V. La rivisitazione dell’Asia
VI. Le tradizioni letterarie asiatiche

Parte seconda - Le «ragioni» delle isole
I. Le donne sole
II. Le Amazzoni
III. Le Menadi
IV. La separazione dei sessi
V. La fecondità dei venti e delle acque
VI. L’infanticidio e l’esposizione

Conclusioni

 


 

PASSI SCELTI

 

Introduzione

Un’«isola di donne» l’abbiamo ancora di casa: è Isola delle Femmine, che si stacca di poco dalla costa nord-occidentale della Sicilia, fra Capo Gallo e Capo Raisi, vicino a Palermo: un’isoletta minuscola le cui abitanti intrattenevano un tempo solo saltuari colloqui con gli uomini della costa antistante.

Oggi ci avviamo verso tempi di promiscuità e sono sempre in minor numero le donne che vivono sole fra loro. Diminuiscono le suore nei conventi e le odalische negli harem. Gli eserciti cancellano dai loro quadri i corpi ausiliari femminili e le donne militano con gli uomini. Lo Stato Maggiore della nostra Marina ha annunciato prossime donne-comandanti in plancia. Crocerossine e Dame di San Vincenzo, socie della Fidapa o dell’Inner Wheel del Rotary Club, sono donne sole per modo di dire…

Sembra manchi una volontà corale alla solitudine delle donne fra loro. Isolata è rimasta persino la voce alzata negli Stati Uniti degli anni Sessanta da Valerie Solanas, la teorica dello S.C.U.M. (Society for Cutting up Men), la «Società per l’eliminazione dei maschi», che firmava il suo Manifesto contemplando di accogliere gli uomini

con simpatia al più vicino centro-suicidi dove verranno dolcemente, speditamente e senza dolore, asfissiati col gas.1

1 «S.C.U.M. Manifesto per l’eliminazione dei maschi di Valerie Solanas», L’illustrazione italiana, n.s. III/9, 1983, p. 74.

Nei tempi andati di donne sole se ne dovevano o potevano trovare parecchie. Gli Europei, che avevano la tempra di viaggiatori veri o in pantofole, erano intenzionati a scovarle in tutto il mondo. Comunque, il sesso maschile in generale si aspettava di trovare accoglienti isole di donne su tutti i mari e, dove non c’erano mari ma terre, di incontrarle in boschi e lande, sole o a gruppi, ma invariabilmente scompagnate e disponibili. Arturo Graf scriveva:

L’idea di porre in un’isola segregata la stanza dei beati, o di attribuire ad isole remote ed incognite una felicità non concessa al resto della terra, è un’idea naturale, molto antica e molto diffusa.2

2 A. Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medioevo, Torino, 1893, p. 6.

Da quest’idea sarebbero nate le Isole dei Beati e le Isole Fortunate, al di là delle Colonne d’Ercole; ne sarebbero derivate le ipotesi sull’Eden e il Paradiso Terrestre, situati in Asia o in Africa; infine, le isole di San Brandano o il Paese di Cuccagna, per i quali fu valorizzata l’Europa del Nord 3. Ma per il primo appagamento dei naviganti e dei viaggiatori maschi, soli o in gruppo con compagni dello stesso sesso, rimase che le isole o terre di donne sole in loro trepida attesa rappresentassero già una meta ambìta.

3 G. Cocchiara, Il paese di Cuccagna e altri studi di folklore, Torino, 1956; M. Palermo Concolato, «Immagini medievali di Cuccagna», Anglistica - Annali dell’Istituto Universitario Orientale, XXIII/2-3, Napoli, 1980, pp. 127-151.

Come un’antica letteratura insegnava, un tempo, molte dee, ninfe, maghe, fate, demoni femminili, donne in carne ed ossa, avevano vissuto la loro quotidianità senza compagni maschi. Pochissime si erano sposate o avevano condotto vita di coppia; ma poche avevano disdegnato l’amore. Alcune avevano goduto e ricambiato favori di dèi celesti e terrestri, altre si erano infiammate di giovani uomini; molte avevano allacciato amplessi con satiri, sileni, elfi, centauri, cinocefali, quando non con animali, esotici o comuni. Il Diavolo sarebbe venuto dopo. Le ninfe erano state sempre nel novero delle più appassionate e avevano popolato le campagne, i monti, i boschi, gli alberi, le acque, sia dei mari sia dei fiumi. C’era da sperare che almeno loro avessero continuato ad esistere.

Intanto, una collaterale letteratura aveva cominciato a mettere in guardia dai cattivi incontri. Omero fu forse il primo ad impartirne una lezione cogliendo lo spunto dall’«Odissea» del suo Ulisse. In seguito - per tutto il corso della storia - sarebbero stati molti a scrivere d’avere appurato, sia pure per sentito dire, che era meglio in generale non attendersi molto di buono dalle «isole» delle donne.

Questo libro intende dare un succinto ragguaglio di come sembra stessero le cose.


 

III

L’EUROPA E L’ATLANTICO FRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA

Come noto, ad Occidente del Mediterraneo le Colonne d’Ercole avevano rappresentato a lungo un limite per il transito nell’Oceano Atlantico. Al di là delle fatidiche Colonne, oltre le Isole dei Beati e le Isole Fortunate, si trovavano le Esperidi, se era lì il giardino nel quale le ninfe dal dolce canto custodivano l’albero dalle mele d’oro che la Madre Terra aveva donato ad Era per il matrimonio con Zeus. Era una terra di incanto dalle cui fonti sorgive effondeva l’ambrosia che nutriva gli dèi e dava loro l’immortalità. Il rischio era che i naviganti si imbattessero sullo stesso Oceano in altre isole. Secondo un’antica tradizione, le Amazzoni «occidentali» si erano insediate in un’«isola Esperia entro la Laguna Tritonia», dopo aver vinto gli Atlantidi e l’esercito combattivo delle Gorgoni. Queste ultime si erano ulteriormente indurite dopo la disfatta subìta e lesinavano ospitalità sull’isola in cui si erano ritirate a vivere. Da tempo non erano più le bellissime ninfe che erano state fanciulle: Medusa aveva coinvolto anche le sorelle nella furia di Atena, col torto che aveva fatto alla dea di giacere con Poseidone in un tempio che le era consacrato. Atena le aveva trasformate tutte in orribili mostri alati, dalle chiome di serpi, zampe dalle adunche unghie di bronzo, denti aguzzi ed occhi fiammeggianti, il cui sguardo impietriva gli uomini che mettevano piede sull’isola.

Già nel V secolo a.C., l’africano Annone, al comando di una flotta cartaginese di sessanta navi, con un equipaggio di circa trentamila fra uomini e donne, aveva osato l’avventura di un favoloso viaggio al di là delle Colonne d’Ercole per fondare nuove colonie lungo le coste dell’Africa. Era stato sicuramente il primo a segnalare l’esistenza su quei mari di un’«isola delle femmine». Secondo la più tarda testimonianza di Pomponio Mela:

In un gran seno del litorale v’è una grande isola, ove dicesi che vi sieno soltanto femmine pelose, che senza avvicinamento del maschio sono feconde; ma esse sono di natura tanto selvaggia e feroce, da potersi a mala pena frenare coi lacci. Questo riferì Annone; e perché ne riportò le pelli tolte alle uccise, ne ebbe credito. Uomini certamente non erano; erano scimmie.1

1 Pomponio Mela, I, 9. Cfr. B. Bonacelli, L’Africa nella concezione geografica degli antichi, Verbania, 1942, p. 65.

Si seppe che non erano neppure femmine «sole»: i loro maschi all’apparire dei naviganti si erano prudentemente allontanati. Erano gorilla e la conseguenza di quella scoperta fu che da allora in poi si pensò che gorilla e gorgoni fossero una cosa sola. Ce lo ricordava Benedetto Bonacelli:

S’impone il concetto fondamentale di Plinio, di una identità fra le gorille di Annone e le Gorgoni del mito, fra l’isola estuaria, a mezzodì di un golfo Esperio, fronteggiante la costa dell’Africa occidentale atlantica, e la sede leggendaria delle Gorgoni, oltre l’Oceano e rimpetto ad Atlante, vicino alle Esperidi.2

2 B. Bonacelli, op. cit., p. 66.

Dopo il cartaginese Annone, si annovera tra i primi grandi navigatori dell’Atlantico Pitea, un greco di Marsiglia vissuto nel secolo IV a.C., il quale, dopo aver superato Gibilterra, anziché puntare a sud per costeggiare l’Africa, puntò a nord per farsi un’idea del profilo costiero dell’Europa settentrionale. Angelo Solmi ci assicura che il suo viaggio fu tra le imprese più famose e meno fiabesche dell’antichità:

I contemporanei stessi, fra cui Polibio, non gli prestarono molta fede e alcuni lo trattarono da bugiardo matricolato. Ma da Polibio medesimo sappiamo che egli avrebbe compiuto nei mari del Nord due viaggi descritti in due operette dai titoli suggestivi: Sull’Oceano e Il Periplo. Dove andò Pitea? Secondo una tradizione (giacché le due operette non ci sono pervenute) nel primo viaggio si spinse fuori delle Colonne d’Ercole, costeggiò la Spagna e la Francia, toccò la Cornovaglia alla ricerca dello stagno; quindi circumnavigò la Britannia e raggiunse l’isola di Thule, la celebre «ultima Thule», passata presto a luogo comune per indicare il posto più remoto della Terra. Nel secondo viaggio si sarebbe spinto nel Baltico, alla ricerca della preziosa ambra: complessivamente rimase sei anni lontano dalla patria.3

3 A. Solmi, Le grandi avventure di mare - I conquistatori degli oceani dai Vichingi a Colombo e Magellano, Novara, 1984.

Se né Pitea né altri navigatori mediterranei sulle rotte atlantiche settentrionali incrociarono isole di donne, la scoperta di queste sarebbe spettata a Nord-Europei e gli Irlandesi le avrebbero rintracciate perfino sulle acque a loro più prossime 4. Un avventuroso navigante, Mael Duin, approdava addirittura ad un’isola la cui regina prometteva, al pari di Calipso, giovinezza e immortalità. Era l’isola del «Castello delle diciassette fanciulle»:

Essi scorsero sulla riva dell’isola una fortezza maestosa ed altissima ove era una bella casa decorata con magnifici letti. Vi si trovavano diciassette fanciulle che preparavano un bagno. Mael Duin e i suoi compagni sbarcarono sull’isola e si fermarono su di una collina di fronte al castello. […] Poco dopo una delle fanciulle andò da loro. «Siate i benvenuti», disse, «entrate nel castello, la regina vi invita». Allora entrarono e tutti fecero il bagno. La regina sedette da una parte con le sue diciassette figlie intorno e Mael Duin sedette di fronte alla regina con i suoi diciassette compagni. […] Quando ebbero mangiato. […] «Non lasciate l’isola», disse la regina, «che ognuno di voi prenda la sua donna, quella che gli sta di fronte, e vada in una delle diciassette camere». Così i diciassette uomini e le diciassette donne dormirono insieme e Mael Duin dormì con la regina. Al mattino, come si alzarono per partire, la regina disse loro: «Restate qui e non conoscerete vecchiaia, ma resterete all’età che avete ora. Avrete una vita eterna e ciò che vi è stato donato iersera lo avrete ogni sera, senza pena né fatica. Non continuate ad errare di isola in isola sull’Oceano!».5

4 S. Thompson, La fiaba nella tradizione popolare, Milano, 1979, passim.

5 Cfr. M. Meslin, «Luoghi immaginari», Il meraviglioso - Misteri e simboli dell’immaginario occidentale, Milano,1988, pp. 75-76.

Non servì a niente: se ne andarono.

Nel Baltico o sul Mare del Nord, un’isola o terra di donne era localizzata, almeno fin dal secolo XI, da Adamo di Brema, ad Est del «Mare Orientale». Le abitanti che vi dimoravano, non avendo uomini, concepivano e generavano bevendo l’acqua: i figli che ne nascevano, se erano femmine erano belle fanciulle; se erano maschi, avevano teste di cani6.

6 Cfr. P. Pelliot, «Femeles (Island of women)», Notes on Marco Polo, Parigi, 1959, p. 676.

Si trattava dei «cinocefali», i quali, al tempo di Adamo di Brema, erano conosciuti da più di un millennio.

Alessandro Magno era stato uno dei primi, se vogliamo credere che lo fosse stato, ad avvicinarli. Li aveva incrociati in Asia. Questa era una delle descrizioni che gli furono attribuite per i suoi postumi «romanzi»:

C’era un uomo coperto di peli su tutto il corpo, era enorme e ne avemmo paura. Ordinai che fosse catturato: fu preso ma continuava a scrutarci col suo sguardo selvatico. Comandai allora che gli fosse portata davanti una donna nuda: quello la afferrò e stava per mangiarsela: i soldati corsero subito per strappargliela, e lui si mise a schiamazzare nella sua lingua. A quelle grida uscirono dalla palude e si lanciarono contro di noi degli altri esseri della sua specie, a migliaia e il nostro esercito era di quarantamila uomini: io allora ordinai che fosse dato fuoco alla palude, e quelli, alla vista del fuoco, fuggirono. Li inseguimmo e ne catturammo tre che non presero cibo per otto giorni e infine morirono. Questi esseri non parlano come gli umani, ma latrano piuttosto, come i cani.7

7 Il romanzo di Alessandro, ed. cit., p. 143.

Come vedremo, Cristoforo Colombo avrebbe incontrato i cinocefali fino in America e Juan Gil, introducendoci ai cinocefali «colombiani», ci dà il seguente ragguaglio:

Quei mostri avevano una lunga serie di onorificenze in campo mitologico. Di fatto, l’esistenza dei cinocefali era stata affermata con chiarezza da Eliano il quale, basandosi sulle favolette indiane di Ctesias, ce ne ha offerto una descrizione piacevole e perfino divertente: «Negli stessi luoghi dell’India dove si allevano gli scarabei (purpurei) si trovano anche i cosidetti “cinocefali”, cui diedero il nome l’aspetto e la natura della loro testa, poiché nel resto del corpo hanno figura umana. Sono coperti di pelli di animali e sono giusti e non offendono nessun uomo. Non parlano ma emettono dei suoni gutturali, anche se capiscono la lingua indiana. Si cibano di fiere selvagge, che cacciano con molta facilità perché sono velocissimi, e quando le raggiungono le uccidono. Non arrostiscono la carne al fuoco, ma al calore del sole, dopo averla fatta a pezzi. Allevano capre e pecore. Il loro alimento è la carne delle fiere, la loro bevanda è il latte del bestiame che pascolano. Li ho indicati tra gli esseri privi di raziocinio e non senza motivo, poiché non hanno una voce articolata, chiara e umana»8.

8 J. Gil, Miti e utopie della scoperta - Cristoforo Colombo e il suo tempo, Milano, 1991, pp. 41-42.

Anche il Liber monstrorum continuava a collocarli in India:

Si dice che ancora in India nascano i cinocefali, che hanno teste di cane e corrompono ogni parola che dicono pronunciandola fra latrati; e mangiando carne cruda più che agli uomini son simili alle bestie.9

9 Liber monstrorum, ed. cit., p. 167.

I cinocefali non erano proprio cani, ma animali tra il canino e l’umano. Le descrizioni riportate non informavano come nascessero e di chi fossero figli. Che fossero figli di donne, lo davano per certo, prima ancora di Adamo di Brema, le fonti cinesi. Gli Europei avrebbero appreso molti secoli dopo che già nel secolo VII erano state depositate in una storia dinastica cinese, il Liang-shu, le seguenti notizie relative a luoghi che sarebbero stati visitati tra la fine del V e gli inizi del VI secolo:

C’è un Nü-kuo (un «paese di donne»). Hanno aspetto irreprensibile, colore bianchissimo e puro; sulla persona sono pelose e portano capelli lunghi fino a terra. Al secondo o terzo mese (dell’anno) entrano in acqua e rimangono gravide; dopo sei o sette mesi danno alla luce figlie femmine. Sul petto non hanno mammelle, dietro la nuca nascono peli che hanno la radice bianca e tra i peli c’è un liquido per le lattanti; a cento giorni (queste) sono in grado di camminare; a tre o quattro anni diventano adulte. Se vedono uomini si spaventano e fuggono. […]

Un uomo di Chin-an attraversò il mare; quando il vento cambiò direzione, arrivò ad un’isola. […] Sulla costa c’erano abitazioni umane, ma le donne soltanto erano come quelle della Cina, anche se non era possibile intenderne il linguaggio; gli uomini avevano corpo umano, ma teste di cani ed il loro linguaggio era il latrato.10

10 Liang-shu, LIV, 28b (cfr. A. Albanese, «Tra mito e realtà: Nü-kuo, regni di donne, nella tradizione letteraria, storica ed enciclopedica cinese», Atti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, Classe di Scienze morali, Memorie, LXXXIV, 1981-82, Bologna, 1983, p. 40).

Quindi, nel secolo X, sempre un cinese, tale Hu Chiao, aveva riferito di un «regno di cani», situato questa volta nel nord-est dell’Asia. Le donne da cui nascevano erano in questo caso addirittura in grado di parlare il cinese:

Hanno corpi di uomini e teste di cani; hanno capelli lunghi e non indossano indumenti. Cacciano gli animali con le mani. La loro favella è il latrato. Le mogli sono umane e possono parlare il cinese. I maschi che danno alla luce sono cani, ma le femmine sono umane. Si sposano fra di loro e vivono in caverne.11

11 Cfr. P. Pelliot, op. cit., p. 685.

Erano, dunque, «cani» che, pur come tali, nascevano da donne.

Nel secolo XIII, il missionario francescano Giovanni da Pian del Carpine, che fu in Asia alla Corte mongola, assicurava:

Trovarono mostri che avevano aspetto di donna; e siccome chiedevano loro, per mezzo di diversi interpreti, dove erano gli uomini del paese, essi risposero che tutte le donne che nascevano nella regione avevano forma umana, ma che gli uomini avevano figura di cani.12

12 Cfr. A. t’Serstevens, I precursori di Marco Polo, Milano, 1982, p. 179.

Non sappiamo se nascessero anch’essi da donne che bevevano l’acqua. Cinocefali sarebbero stati comunque incontrati anche nell’Oceano Indiano. Ce lo testimoniava lo stesso Pian del Carpine:

Continuando vennero ad una certa terra posta sull’Oceano, ove trovarono dei mostri che, come si diceva per certo, avevano forma umana, ma i piedi erano simili a quelli dei buoi, e avevano testa umana, ma volto canino e dicevano due parole umane e alla terza latravano come cani, e così ad intervalli interponevano latrati.13

13 Cfr. ibid., pp. 186-187.

A sua volta, Marco Polo li localizzava nelle Andamane:

Angaman è un’isola, e no ànno re. E’ sono idoli, e sono come bestie selvatiche. E tutti quelli di quest’isola ànno lo capo come di cane e denti e naso come di grandi mastini. Egli ànno molte spezie. E’ sono mala gente e mangiano tutti gli uomini che posson pigliare, fuori quelli di quella contrada.14

14 Il Milione, ed. cit., p. 233.

Benedetto Bordone ne avrebbe quindi riferito attribuendo all’isola che li popolava il nome di «Mangama»:

Bona isola et grande, ma pur come bestie la lor vita, mangiano carne humana, sono huomini crudelissimi, hanno il capo come di mastino, et le lor femine come di cagnace.15

15 Libro di Benedetto Bordone, ed. cit., f. LXX; G. B. de Cesare, art. cit., p. 35.

All’epoca del Bordone, Cristoforo Colombo, come si è anticipato, aveva già incontrato i cinocefali perfino in America. Si trattava degli antropofagi Caribi, i quali sarebbero stati chiamati «cannibali». Il citato Juan Gil propone:

Con questo nome, forse deformato a proposito, si può trovare l’associazione con «can».16

16 J. Gil, op. cit., p. 41.

Intanto, prime fonti arabe davano per certe sui mari del Nord isole di uomini e donne corrispondenti a quelle che erano già state incontrate su acque o terre asiatiche. Una prima notizia, di al-Dimashqî, riguarda le isole di «Irmiyån¥s»:

In questo mare, dalla parte del paese degli Schiavoni, due grand’isole stanno, l’una Irmiyån¥s degli uomini, l’altra Irmiyån¥s delle donne; la prima abitata solo e soltanto dagli uomini, l’altra solo e soltanto da donne. Sempre, a primavera, per due mesi s’adunano, tra loro si giacciono, e si disgiungono poi.17

17 A. Arioli, op. cit., p. 97.

Nulla è detto dei figli. Una seconda notizia, di al-Qazwînî, è più esauriente in proposito, ma si tratta inconfutabilmente di Amazzoni. Esse abitavano una «Città delle Donne»:

Grande città di vasta estensione sita in un’isola del mar di Ponente. Le genti sue, dice al-Turtusî, sono donne su cui gli uomini non hanno potere veruno. Montano cavalli, badano da sole alla guerra, quanto mai coraggiose allo scontro.

Hanno schiavi ciascuno dei quali ogni notte frequenta la sua signora passando con lei l’intera nottata. S’alza ai primi chiarori dell’alba per uscirsene poi, velato, allo spuntare dell’aurora.

Se una d’esse partorisce un maschio, immantinente l’uccide, se una femmina la risparmia.18

18 Ibid., p. 98.

Dai tempi delle invasioni barbariche, vari eserciti di Amazzoni si erano riaffacciati in Europa. Di ritorno ad Oriente, si insediavano fin sul Volga, ove formavano un proprio «regno». Ce lo racconta anche Bruce Chatwin:

Alle tre sbarcammo a Devuskin Ostrov, l’isola della Vergine, che in altri tempi aveva ospitato l’harem di un khan dell’Orda d’oro. Prima ancora, però, l’isola era stata il regno delle amazzoni. Le amazzoni avevano l’abitudine di fare l’amore con i loro prigionieri per poi sopprimerli. A volte i prigionieri opponevano resistenza, ma un giovane accettò di buon grado di farsi ammazzare - a patto che in cambio gli facessero un favore. «Sì» risposero le amazzoni. «Dovrò essere ucciso dalla più brutta di voi» disse lui - e naturalmente se ne andò dall’isola sano e salvo.19

19 B. Chatwin, Che ci faccio qui?, Milano, 1990, p. 227.

Se con l’addentrarsi del Medioevo si era appreso che le «isole» di donne sole - Amazzoni o meno - esistevano a più largo raggio di quanto prima avesse potuto pensarsi, si era preso atto che anche l’habitat delle nuove Sirene marine era ecumenico. Già prima del Mille, il Liber monstrorum le aveva descritte:

Le sirene sono giovanette marine, che seducono i marinai con le loro splendide forme e col miele del canto. Dal capo a metà del tronco hanno corpo femminile, e in tutto e per tutto sono identiche alle donne: però hanno le code squamose dei pesci, che tengono sempre ben nascoste sott’acqua, fra le onde.20

20 Liber monstrorum, ed. cit., p. 149; Liber monstrorum de diversis generibus - Libro delle mirabili difformità, a cura di C. Bologna, Milano,1977, p. 43.

La stessa opera illustrava le differenze fra le Sirene e Scilla:

Scilla era un mostro pericolosissimo per i marinai, ai quali era ostile. […] Aveva la testa e il petto da ragazza; però il ventre era da lupa, e la coda da delfino. Un’altra qualità distingue il carattere delle Sirene da quello di Scilla: le prime fanno razzia di marinai grazie al loro canto assassino, mentre quest’ultima, secondo le testimonianze, squartava con la violenza della sua forza fisica i relitti ed i resti degli sventurati naufraghi, circondata da foche e da cani marini.21

21 Ibid., p. 49.

Quando le Sirene si fossero trasformate in Europa da donne-uccelli in donne-pesci o in donne-delfini non è dato saperlo, come non è dato sapere quando alla sola malìa del canto unirono la venustà del volto e la seducente flessuosità del corpo. Valeria Gigante Lanzara richiama:

L’antichità ellenica, che aveva popolato cielo e terra di divinità superdotate, limitò il fascino delle Sirene alla delizia di un solo senso, l’udito. Mentre la poesia ne esaltava la potenza prodigiosa del canto, l’arte figurativa ne rivelava la difformità dell’aspetto, frutto, secondo il mito, di una metamorfosi non ultimata. Nei rilievi e nelle pitture vascolari le creature che attraevano il navigante ci appaiono come anonimi volti di donna emergenti da uno sgraziato corpo di volatile.

Una seconda metamorfosi, che privò le Sirene dei corpi pennuti, cingendone in cambio i fianchi con la sontuosa coda di pesce, non è facilmente databile. La fantasia della donna bella che sgraziatamente «desinit in piscem» con la quale Orazio indica la scarsa avvenenza degli ibridi, capaci solo di suscitare il riso, non corrisponde all’immagine corrente delle Sirene, donne-uccelli ancora nelle Metamorfosi ovidiane. Solo più tardi, nei secoli dell’èra volgare, la donna-pesce viene a sostituire la donna-uccello nel racconto e nell’arte. Con la nuova forma la Sirena acquista un’ambigua femminilità, in cui alla pura attrazione del canto si affianca una carica erotica e sentimentale. […]

Dalla calda matrice mediterranea le Sirene dilagarono nella cultura europea orientale e occidentale, e il tempo donò loro forme gentili e capelli color del mare nonché la tendenza a sparire nei flutti, espediente avveduto in ogni tipo di seduzione.

Nella leggenda slava il mito del canto che attira e perde il viandante sopravvive nel duplice aspetto delle Rusalki, le creature fluviali dai lunghi capelli, fantasmi di un amore perduto o ninfe dell’acqua dal canto funesto, e dell’uccel Sirin, riconducibile all’aspetto ornitomorfo delle Sirene elleniche.

Le Sirene che Wagner udì cantare emergono dalle acque del Reno a popolare le fiabe e le ballate delle terre nordiche, confondendosi con le Ondine e con la Lorelei, che siede sulle rocce a ravviare i lunghi capelli con un pettine d’oro.

Le Sirene del Mar del Nord e dei laghi della Scozia e della Cornovaglia ispirano le credenze popolari, ma anche la grande poesia di Shakespeare, Milton, Tennyson.

Nel porto di Copenhagen la Sirenetta di Andersen incarna la perpetua evasione dell’uomo nella meravigliosa ingenuità della favola.22

22 V. Gigante Lanzara, op. cit., pp. 10-13.


 

I

LE DONNE SOLE

Dunque, gli Europei ebbero agio di localizzare «isole» di donne su tutto il mondo o quasi. L’impresa di rintracciare quelle di cui essi non avevano saputo nulla fino a tempi a noi vicini è ancora oggi in corso con lo spoglio delle tradizioni scritte che ci sono state lasciate dai vari popoli. Ma non è più un compito dei soli Europei.

Il campionario si apre a ventaglio dalle donne «androfile» alle «androcide». Le ninfe premurose e appaganti (anche se obiettivamente poche di numero) confermavano le felici predisposizioni di tanti uomini verso le donne in generale ed erano la prova che esistevano le ragioni per essere ottimisti. Già, però, le creature come Calipso allarmavano con la giovinezza eterna che offrivano in loro stretta compagnia; allo stesso modo dovevano inquietare le fate che facevano perdere la nozione del tempo.

Con Circe si entrava nella classe delle consumate «divoratrici» di maschi, in senso letterale o figurato. La maga divorava gli uomini, anche se, come abbiamo visto, le capitava, volente o nolente, di risparmiarne qualcuno e di innamorarsi perdutamente di lui. Però rimase un’eccezione fra le donne maschicide. Sirene ed Arpie dovevano essere eluse per non cadere loro vittime, mentre la cosa si rendeva difficile con le donne serpenti che aspettavano il momento buono per divorare il partner dopo averlo goduto. Altre donne, pur prive di spinte antropofaghe, conducevano comunque alla tomba i loro uomini o li dannavano per l’eternità. Un caso nostrano era quello del Monte della Sibilla o del Monte Venere, tra Norcia ed Ascoli Piceno, ove si sapeva per certo che «la Sibilla avesse, dentro una grotta sulla cima della montagna, un proprio dilettoso regno, con sale dorate e porte di metalli e pietre preziose».

Gli uomini che vi erano accolti come ospiti non potevano prolungarvi il soggiorno

di là d’un anno, pena non uscirne mai più se non dannato, il giorno del giudizio. Né mancavano i segni, in quel regno, della sua origine infernale, poiché, secondo la leggenda, ogni venerdì o - altra versione - ogni settimana dal sabato al lunedì, tutte le abitatrici, e la stessa regina, eran convertite in serpi o in altri animali.1

1 G. Bellonci, «Sul monte della Sibilla, in cerca di Tanhauser», Giornale d’Italia, 22 luglio 1926.

Il tema della donna, la cui frenesia amorosa, col suo «cannibalismo», consuma ineluttabilmente il partner, evoca la vipera della tradizione di Plinio. Giuliano Gliozzi, commentando la predilezione che aveva un cacico, Goacanagarì, di congiungersi «al modo delle vipere» richiama:

Plinio così descrive l’accoppiamento delle vipere: «Il maschio inserisce il capo nella bocca della femmina, ed essa lo mozza in preda ad una dolce voluttà» (Naturalis Historia, X, 62). L’affermazione, ripresa da Isidoro di Siviglia e da Alberto Magno, […] portava a considerare la vipera animale lascivo.2

2 G. Gliozzi, La scoperta dei selvaggi - Antropologia e colonialismo da Colombo a Diderot, Milano, 1971, p. 35.

La mantide religiosa, accoppiandosi, non di rado divora il maschio e questi, come se nulla fosse, prosegue per qualche ora la fecondazione mentre viene inghiottito. Altri insetti femmine non trangugiano o manducano il maschio, ma lo portano egualmente a morte, così come si dìsfano dei figli maschi avuti da lui in soprannumero. Le api, si sa, sono tutt’altro che tenere con i fuchi. Questi, nati da una regina ormai in senescenza, sono tollerati fino ad un centinaio in un alveare. Il resto è eliminato. Fra quelli scelti per sopravvivere, solo uno avrà la chance di fecondare la regina della generazione successiva, ma, dopo averlo fatto, morirà perché i suoi organi genitali e parte dei suoi visceri rimarranno infissi nel ventre della compagna per completarne la fecondazione. Gli altri fuchi sono nel frattempo massacrati o cacciati dalle operaie. L’alveare rimane un regno di sole femmine, almeno fino a quando la regina non dà a sua volta nascita ai fuchi. I maschi delle formiche assaporano un po’ tutti un pizzico di gioia sperimentando l’amore, ma dopo l’unico atto della loro vita per la perpetuazione della specie, si abbattono al suolo stremati ed i formicai rimangono regni di sole femmine popolati di formiche riproduttrici, amazzoni ed operaie.

Così avveniva pure in molte isole di donne. In alcune, se gli uomini vi si trattenevano oltre lo stretto necessario, andavano incontro - come abbiamo visto - ad una fine ineluttabile e precipitosa per una ragione o l’altra. Molte, Amazzoni o non, sentivano forti voglie amorose a lune distanziate, ma le appagavano per lo più con brevi incontri. Alcune si comportavano come le femmine di scimpanzé citate in un libro di Irenäus Eibl-Eibesfeldt:

Le giovani femmine in calore visitano sovente altri gruppi, dove permettono ai maschi di copulare; poi, dopo che l’estro si è placato, tornano in seno al loro gruppo d’origine. Talora tuttavia restano nel nuovo gruppo.3

3 I. Eibl-Eibesfeldt, Etologia della guerra, Milano, 1983, p. 70.

Molte isole di donne erano inospitali in permanenza e gli uomini che ne conquistavano le spiagge erano destinati ad una sorte fatale. Come nacquero queste leggende? La tesi che Bronislaw Pilsudski adduceva per l’isola delle donne dalle vagine dentate propende per una ninfomania «divoratrice»:

Possiamo trovare qualche spiegazione per questa strana credenza nel fenomeno noto ai medici come «vaginismo» e chiamato dai Giapponesi shaku (cioè crampo dell’utero), una sorta di isteria, piuttosto comune nell’Estremo Oriente e non ignota fra gli Ainu. Si dice che i mariti di tali donne muoiano di solito molto presto per esaurimento nervoso.4

4 B. Pilsudski, op. cit., p. 91.

Che comunque le isole non fossero pure immaginazioni di marinai, lo credeva anche l’etnografo Elio Modigliani. Questi, riferendo come gli indigeni dell’isola indonesiana di Enggano fossero adusi a ricevere le navi che si fermavano alla fonda nelle loro acque, preferiva pensare ad una dinamica che, secondo lui, doveva essere ricorrente in ispecie nei mari meno frequentati:

Prima ancora che la nave getti l’àncora, comincia l’affannarsi degli indigeni. Chi primo la scorge abbandona il campo o la pesca, corre al villaggio e dà di fiato ad una grossa conchiglia marina detta camìu, specie di tromba per dar l’allarme e richiamare gli assenti.

Prime arrivano le donne che riempiono il villaggio di stride di paura e di urla di gioia dopoché avranno saputo la parte che spetterà loro nel prossimo dramma. Si decide intanto di avvertire i villaggi situati più dentro terra, di domandarne l’aiuto e di preparare armi e viveri per una spedizione. E se allora il vento getterà la malcapitata nave sugli scogli che circondano l’isola, la sua sorte era decisa, e quando le imbarcazioni giungevano a costa i naufraghi erano ricevuti dalle avvenenti donne. Guai a loro se cedevano alle lusinghe di quelle ammaliatrici che cercavano di trascinarli ad un prossimo agguato, ove, sbandati, cadevano vittime degli astuti selvaggi.5

5 E. Modigliani, L’isola delle donne - Viaggio ad Engano, Milano, 1894, pp. 55-56.

Chissà quante volte e su quante isole o contrade questo rituale poté ripetersi dall’antichità. Qualcosa del genere capitò nel 1501 alla spedizione di Amerigo Vespucci. Leggiamone l’avventura come la narrò lo stesso scopritore:

Come saltassimo in terra, gli uomini della terra mandarono molte delle lor donne a parlar con noi. E visto che non si assicuravano, accordammo di mandare a loro uno uomo de’ nostri, che fu un giovane che molto faceva lo sforzato; e noi, per assicurarle migliore, entrammo nelli battelli, e lui si fu per le donne, e come giunse a loro, gli feciono un gran cerchio intorno: toccandolo e mirandolo, si maravigliavano. E stando in questo, vedemmo venire una donna del monte, e traeva un gran palo nella mano; e come giunse dove stava el nostro cristiano, li venne per adrieto e, alzato el bastone, gli dette tam grande el colpo che lo distese morto in terra. E in un sùbito le altre donne lo presono pe’ piedi e lo trascinorono verso el monte, e li uomini saltorono verso la spiaggia, e con loro archi e saette a saettarci; e poson la nostra gente in tanta paura […] che per le molte frecce che ci mettevano nelli battelli, nessuno asertava di pigliare l’arme. Pure disparammo loro 4 tiri di bombarda, e non accertarono, salvo che, udito el tuono, tutti fuggirono verso el monte, adonde stavano già le donne faccendo pezzi del cristiano, e, ad un gran fuoco che avevon fatto, lo stavano arrostendo a vista nostra, mostrandoci molti pezzi e mangiandoseli: el che ci pesò molto, e lo credemmo loro, veggendo con li nostri occhi la crudeltà che facevan del morto.6

6 «Nota d’una lettera scrive Amerigo Vespucci di Cadisi di loro ritorno de l’isole d’India, come appresso; e prima», Nuovo Mondo - Gli Italiani - 1492-1565, a cura di P. Collo e P. L. Crovetto, Torino, 1991, pp. 260-261.

Era già noto l’adagio «marinai, donne e guai»? Possiamo chiederci se in tali frangenti fossero note anche le storie delle Sirene e delle Arpie, di Scilla e Cariddi e altre.

Verosimilmente, antichi e moderni viaggiatori poterono vivere vicissitudini difficili su molte isole, così come poterono fare brutti incontri su terre continentali popolate da abitanti gelosi sia delle loro donne sia dei propri territori, ma, al contempo, in armata vigilanza e in solerte e frenetica attesa di nuovi venuti. Potevano essere, come si è visto, anche cannibali che non vedevano l’ora di un lauto pasto.

Fortunatamente, non sempre le avventure avevano conclusioni così tragiche. Amerigo Vespucci aveva già messo piede in un’isola che a tutta prima era sembrata di donne e si era poi rivelata un’«isola di giganti»:

Fummo a terra XI uomini […] e trovammo una populazione d’opera di XII case, adonde non trovammo salvo VII femmine, e di tanta grande istatura che non avea nessuna che non fussi più alta che io una spanna e mezzo. E come ci viddono, ebbono gran paura di noi, e la principal d’esse, che certo era donna discreta, con segnali ci levò a una casa e ci fece dar da rinfrescare. E noi, come vedemmo tan grande donne, acordammo di rubar dua di loro, che erano giovane di XV anni, per far presente d’esse a questi re, ché senza dubbio eron creature fuor della statura delli uomini comuni. E mentre che stavamo in questa pratica, vennono 36 omini e entrorno nella casa dove istavamo bevendo; e erono di tanta alta statura che ciascuno di loro era più alto stando ginocchioni che io ritto: in conclusione erono di statura di giganti, secondo la grandezza e proporzion del corpo che rispondeva con la grandezza, ché ciascuna delle donne pareva una Pantasilea, e li uomini Antei. E come entrarono, furono alcuni de’ nostri che ebbono tanta paura che oggi in dì non si tengono sicuri. Tenevono archi e saette e pali grandissimi fatti come spade, e, come ci viddono di statura piccola, cominciorno a parlar con noi per saper chi éramo e di che parte venavamo; e noi, dando del buon per la pace, gli rispondavamo per segnali che éramo gente di pace e che andavamo a vedere il mondo. In conclusione, tenemmo per bene partirci da loro senza quistione e fummo per medesimo camino che venimmo, e ci acompagnorno infino al mare.7

7 Ibid., pp. 228-229.

Nel 1534, il capitano-pilota Jacques Cartier al suo primo viaggio nel Nuovo Mondo per conto della Francia, si trovò in Canada fra gli Indiani Huroni. Ce lo racconta Samuel E. Morison:

Il 22 luglio, giorno di Santa Maria Maddalena, i Francesi remarono verso terra là dove si erano riuniti gli indigeni, e mescolandosi con quelli, danzarono e cantarono. Gli indiani, prudentemente, avevano mandato via le loro fanciulle, ad eccezione di due o tre; a ciascuna il Capitano diede una piccola campanella da falce di latta e le damigelle ne furono così deliziate da strofinare loro le braccia ed il petto, come erano solite fare per manifestare il loro apprezzamento. Cartier, di colpo, fu quasi sommerso da una ventina e più di fanciulle uscite di corsa dalla foresta dove i loro uomini le avevano segregate, tutte quante cercando subito di massaggiarlo e guadagnare una campanella; ed egli ne diede amabilmente una a ciascuna. Si pensa che i marinai francesi seguissero le fanciulle dentro i discreti boschetti dove poterono celebrare il giorno della Maddalena appropriatamente, se non secondo dottrina.8

8 S. E. Morison, Storia della scoperta dell’America, I: I viaggi del Nord - 500 d.C. - 1600, Milano,1976, p. 264.

Al secondo viaggio in Canada, Cartier svernava nel 1535-36 a San Lorenzo, sempre fra gli Huroni:

Un altro uso lo turbò parecchio, sebbene debba essere piaciuto ai suoi uomini; le fanciulle nubili venivano messe in un recinto comune dove tutti gli uomini di qualunque età potevano prendere il loro piacere, e nessuna poteva lasciare quel luogo finché non avesse pescato uno che la sposasse.9

9 Ibid., p. 289.

Al primo viaggio nella Virginia, nel corso del 1584, Arthur Barlow, al pari dei precedenti viaggiatori, si rese conto un giorno di non essere finito in un’«isola» di donne, ma ebbe egualmente con i suoi compagni la sensazione di trovarsi in compagnia di donne sole. Riferì della donna che aveva dato loro ospitalità:

Suo marito non si trovava nel villaggio, così fu lei a dare gli ordini: comandò ad alcuni di tirare la nostra barca a terra fuori dalla risacca; ad altri diede l’incarico di trasportarci a spalle all’asciutto, e ad altri ancora fece portare i nostri remi dentro casa, per paura dei ladri. La casa aveva cinque stanze, e come fummo entrati in quella più esterna, ci fece sedere vicino a un gran fuoco. Poi ci tolse di dosso gli abiti, li lavò, e li fece asciugare. Alcune delle donne ci sfilarono le calze e le lavarono, altre ci lavarono i piedi in acqua calda; la principessa si prodigò lei stessa perché tutto fosse fatto nel miglior modo possibile, affrettandosi a prepararci qualcosa da mangiare. […]

Mentre eravamo a pranzo, giunsero alle porte del villaggio due o tre uomini che tornavano dalla caccia armati di archi e frecce. Quando li scorgemmo, cominciammo a guardarci l’un l’altro e accennammo a pigliare le armi. Accortasi del nostro timore, la principessa si mise in grande agitazione: subito ordinò ad alcuni dei suoi di correre fuori e di togliere loro dalle mani gli archi e le frecce, e di romperle, e come se non bastasse di ricacciar fuori quei poveri diavoli a legnate.10

10 «Arthur Barlow: primo viaggio in Virginia, 27 aprile-15 settembre 1584», Nuovo Mondo - Gli Inglesi - 1496-1640, a cura di F. Marenco, Torino,1990, pp. 348-349.

Dovette essere esilarante.

Sempre durante l’esplorazione della Virginia, negli anni 1606-1610, il capitano John Smith ed i suoi uomini vivevano una deliziosa avventura:

Dai boschi uscirono trenta ragazze tutte nude, coperte solamente davanti e di dietro con poche foglie verdi, i corpi tutti dipinti chi di un colore, chi di un altro, comunque sempre diverso. La fanciulla che le guidava aveva sul capo un bel paio di corna di cervo, alla vita una pelle di lontra e un’altra sul braccio, una faretra colma di frecce sulle spalle, un arco e delle frecce in mano. La ragazza vicino a lei aveva in mano una spada, un’altra una mazza, un’altra ancora un mestolo, tutte con un identico paio di corna, mentre anche le altre del gruppo avevano diversi strumenti. Questi diavoli, irrompendo dai boschi con grida infernali, si disposero ad anello intorno al fuoco formando sempre, danzando e cantando, figure bellissime anche se diaboliche, spesso preda della loro furia infernale, per poi riprendere nuovamente a cantare e danzare in modo solenne; dopo quasi un’ora di questa processione mascherata se ne andarono com’erano venute. Rivestitesi, lo invitarono solennemente nelle loro abitazioni. Ma era appena entrato in casa che queste ninfe cominciarono a tormentarlo più di prima, affollandosi intorno a lui, premendolo da vicino, gironzolandogli intorno e gridandogli in modo fastidioso: «Non mi ami? Non mi ami?».

Finalmente, terminate queste cerimonie di benvenuto, fu preparato il banchetto che consisteva di tutti i manicaretti che selvaggi come loro potessero inventare. Alcune di loro servivano, mentre danzavano e cantavano tutt’intorno a loro altre giovani ragazze. Alla fine della festa condussero Smith al suo alloggio con dei tizzoni accesi a mo’ di torce.11

11 «John Smith e altri: eventi della colonia in Virginia, 1606-1610», ibid., pp. 416-417.

Sul probabile seguito l’autore stendeva un velo.

La presenza in America di vere e proprie «Amazzoni» era intanto confermata da Sir Walter Raleigh col suo «viaggio in Guiana alla ricerca dell’Eldorado» nel 1595. Ne dava un breve cenno:

A sud della foce principale dell’Orinoco gli Arwaca, oltre ancora i Cannibali, e a sud di questi le Amazzoni.12

12 «Viaggio di Raleigh 1595», Nuovo Mondo - Gli Inglesi, ed. cit., p. 536.


 

IV

LA SEPARAZIONE DEI SESSI

Se il fenomeno del menadismo fu sublimato laddove le donne si occupavano dell’orticoltura e del trattamento delle fibre tessili, dalla coltivazione delle piante, al raccolto, alla produzione dei filati e dei tessuti, ci si può forse spiegare come siano state molte le società ad aver cura di lasciare la donna rigorosamente separata dall’uomo. Per l’India, scrive Beryl Dhanjal:

L’isolamento delle donne (parda) fu una pratica spesso usata da quelle che potevano permettersela: data la scelta fra il parda e il lavoro nei campi in un clima difficile, tale usanza non era, presumibilmente, del tutto negativa. Anche oggi nei sobborghi delle città inglesi molte donne vivono in totale solitudine. […] La maggioranza (delle comunità) dei gurdvara ha un’istri sabha - cioè un’associazione femminile - ove le donne organizzano le proprie attività.1

1 Citato da: M. Restelli, op. cit., p. 50.

La Cina e tutto l’Estremo Oriente, ove tradizionale incombenza femminile era la sericoltura - nel suo ciclo completo dall’allevamento del baco alla manifattura della seta -, portarono forse al massimo la tendenza alla segregazione della donna.

Teorico della grande importanza ivi assunta dalla separazione dei sessi fu il sinologo e sociologo francese Marcel Granet. Lo studioso giunse a pensare che fosse essa addirittura ad informare il successivo pensiero cinese, con l’idea guida dell’opposizione e interazione dei due principî, quello maschile dello yang e quello femminile dello yin. Egli coltivò la tesi che solo l’ambiente agricolo della Cina potesse maturarla:

Uomini e donne formano due corporazioni ognuna delle quali, a tempo debito, si dedica ai lavori che le competono; ogni corporazione sessuale ha il suo genere di vita e così pure abitudini e costumi che la oppongono all’altra. […] Gli uomini e le donne di un gruppo locale si dedicano in modo indipendente alle loro occupazioni. […] Gli uomini lavorano al sole dei campi, le donne all’interno delle case: lo Yang è il principio costitutivo dei versanti soleggiati, del sud, della luce, lo Yin quello dei versanti ombrosi, del nord, dell’oscurità. […] Le regole antiche della divisione del lavoro, che ordinavano l’attività sociale, fornirono dei princìpi d’ordine al pensiero. […] Davano un orientamento alla concezione del mondo e sembrarono anche presiedere realmente all’evoluzione naturale.2

2 M. Granet, Feste e canzoni dell’antica Cina, Milano, 1990, pp. 222-229.

Per il Granet, vigeva nella vita del contadinato dell’antica Cina una separazione fra i sessi che doveva essere prolungata durante l’anno. Erano rari i momenti in cui uomini e donne stavano insieme, sia nell’ambito domestico sia, tanto più, al di fuori di esso: «Durante tutto il corso dell’anno, la regola è l’isolamento». Da questa organizzazione di vita che separava gli uomini dalle donne sarebbero successivamente nati negli ambienti signorili i ginecei e, afferma sempre il Granet:

Mentre gli uomini erano spesso chiamati alle riunioni di corte, le donne ne erano normalmente escluse: vivevano nel ritiro dei ginecei, costantemente occupate nei lavori quotidiani, tenute in disparte dalle solennità della vita pubblica. L’opposizione tra i sessi, che restava grande, sembrò allora determinata da una differenza di valore tra l’uomo e la donna; il contatto sessuale, che ispirò un timore sempre maggiore, fu paventato perché l’uomo, nell’accostarsi alla donna, pareva compromettere il proprio carattere augusto. Quando la donna si trovò esclusa dalla vita pubblica, si immaginò che fosse troppo impura per avere il diritto di parteciparvi; la reclusione in cui essa viveva, sembrando imposta da tale impurità, diventò sempre più stretta; le pratiche che accompagnavano l’unione sessuale furono considerate altrettanti rimedi destinati a combattere un influsso nefasto emanante dalla donna.3

3 Ibid., pp. 230-231.

La donna avrebbe così conosciuto una crescente emarginazione e persino l’attività eterosessuale sarebbe stata severamente disciplinata. La conclusione fu che neanche un imperatore avrebbe fatto l’amore a suo piacimento. La situazione ideale era che persino il Figlio del Cielo non conoscesse le concubine con cui di volta in volta si intratteneva. L’etichetta prescriveva che indicasse quella di turno non perché l’avesse vista e gli fosse piaciuta, ma a caso, «scegliendola» tra una rosa di nomi scritti su tavolette che dalla distanza del trono neppure leggeva. Ricevutala al suo cospetto già nuda, al fine di evitare il rischio che portasse addosso armi o veleni, non doveva trattenerla a lungo: sarebbe stato disdicevole trascorrervi una notte. Se però si dava il caso che l’occasionale compagna avesse potuto concepire un figlio durante l’incontro, l’imperatore era tenuto a dichiararlo agli eunuchi in servizio perché questi ne prendessero nota su un apposito registro: avrebbe dovuto riconoscere a tempo debito la propria paternità.

Alain Peyrefitte ci ha gustosamente descritto il rituale con cui in genere le concubine venivano condotte all’imperatore. Il sovrano in questione era il grande monarca mancese della dinastia Ch’ing, Ch’ien-lung (1711-1799):

Un eunuco è di servizio la notte per accompagnare da lui la dama che vuol far chiamare. […] Il rito era stato stabilito in modo da evitare ogni forma di attaccamento affettivo. Il Grande Eunuco presentava una scelta di tavolette con vari nomi. Il sovrano ne indicava una con il dito. La bella designata veniva portata nuda ma avvolta in una coperta da un altro eunuco che la deponeva ai piedi del letto. La prescelta doveva fare il kotow (la genuflessione di rito), poi arrampicarsi fino sul letto.

Il Grande Eunuco e il suo assistente restavano sotto le finestre. Se sembrava loro che il gioco eccedesse i limiti di tempo abituale, il dignitario del serraglio esclamava: «è tempo!». E se non riceveva risposta ricominciava. Quando finalmente l’imperatore rispondeva i due eunuchi entravano, tiravano giù la concubina dal letto, l’arrotolavano nella sua coperta e la portavano via come era arrivata. Una concubina non doveva mai passare la notte con l’imperatore.

Prima di ritirarsi il Grande Eunuco chiedeva all’imperatore: «La vostra schiava può avere un figlio?». Se la risposta era positiva, un grande registro veniva aperto e vi si annotavano non solo la data, l’ora e la circostanza di questo incontro, ma anche informazioni più precise. Se la risposta era negativa il Grande Eunuco avrebbe sorvegliato che l’incontro non avesse seguito.4

4 A. Peyrefitte, L’impero immobile ovvero lo scontro dei mondi, Milano, 1990, pp. 281-282.

Come diceva un famoso adagio: «La donna è un grembo a prestito». La mortificazione (anche della carne e dei sensi) cui erano soggette specialmente le concubine cinesi, non aveva fine per loro neppure quando davano alla luce un figlio, giacché non erano riconosciute in qualità né di madri né di spose. I ginecei erano veramente isole di donne sole.

Un’antica leggenda, quella del mandriano e della tessitrice, ammoniva in proposito. Il Signore del Cielo aveva provato disappunto che la «sua» tessitrice, distratta dall’amore sopraggiuntole per un mandriano, non lavorasse più con lo zelo e lo scrupolo di sempre. Aveva pertanto ordinato che i due innamorati fossero divisi, l’una al di qua, l’altro al di là di un fiume: la Via Lattea. Sarebbe stata loro consentita una sola unione l’anno: il settimo giorno del settimo mese. In quell’occasione un volo pronubo di gazze avrebbe aiutato la tessitrice a guadare il fiume per raggiungere lo sposo. Avrebbe sospeso il lavoro solo per una notte.

La storia della tessitrice e del mandriano è ancora viva in Estremo Oriente. Il Granet scriveva:

Le donne cinesi e giapponesi si aspettano figliolanza e abilità nei loro lavori; lungo tutto l’anno, sulle rive della Via Lattea, la Tessitrice conduce una vita di lavoro solitario; ma quando giunge la settima notte del settimo mese, come una contadina del tempo passato la Vergine del Cielo attraversa il Fiume Celeste per andare ad unirsi al Bovaro.5

5 M. Granet, op. cit., p. 236.

Catherine Despeux ci ricorda:

La cifra sette è legata più particolarmente al femminile: i cicli energetici si contano, nella donna, per sette, e il sette è legato alla tessitura, funzione femminile per eccellenza.

Patrona delle donne taoiste, protettrice più in particolare delle cantanti, delle vedove e delle monache, la Regina Madre dell’Ovest (che rese visita all’Imperatore Wu degli Han il sette del settimo mese) fu più volte cantata dai poeti Tang, modello della femminilità ideale, regina del paradiso sognato sia dagli uomini che dalle donne. […] La Regina Madre dell’Ovest non aveva marito, ma amava accoppiarsi con giovani ragazzi.6

6 C. Despeux, op. cit., p. 33 e passim.

Catherine Despeux, trattando della donna e della sessualità nel taoismo, spiega alcune ragioni per cui molte donne cinesi abbracciavano la vita religiosa:

La società cinese non permetteva assolutamente alle donne di sfuggire alla struttura familiare; il termine stesso di neiren (nei-jên), «persona dell’interno», per designare la donna, è sintomatico. Per questo, la società monacale ha spesso accolto le donne emarginate dalla società tradizionale, vedove, ragazze con un cattivo oroscopo o una cattiva salute, donne che volevano sfuggire a unioni indesiderabili. Tuttavia, a parte queste grandi organizzazioni, nelle città e nei villaggi esistevano piccole comunità (hui) che attiravano le donne.7

7 Ibid., p. 215.

Fra tali comunità:

I falansteri taoisti ebbero, soprattutto sotto la dinastia dei Tang, la spiacevole reputazione di accogliere non soltanto donne povere, vedove o divorziate, ma anche quelle donne che volevano condurre una vita dissoluta senza essere infastidite o senza essere iscritte nei registri della prostituzione. Ancora nel XX secolo, certi templi taoisti godevano di questa fama, come riferiva un viaggiatore occidentale a proposito di un tempio di Suzhou che serviva da luogo d’incontro tra prostitute e giovani cinesi.8

8 Ibid., p. 26.

Non erano, questi, fenomeni sconosciuti al conventualismo femminile di altri ordini religiosi nel resto del mondo, ma esistevano reclusori femminili espressamente demandati alla prostituzione. Nell’Estremo Oriente, dalla Cina al Giappone, le politiche di isolamento delle prostitute fruttarono i grandi quartieri di piacere con il loro fantasmagorico demi-monde. Dall’antichità, quasi dappertutto si progettò, anche se non sempre si realizzò, l’acquartieramento delle «donne libere» o «da partito». Ne nacque persino la «prostituzione sacra». A Babilonia, un quartiere vicino al grande tempio ospitava le «sacerdotesse del dio» dedite alla prostituzione; in India, ancora alla fine del Settecento, un’istituzione del genere faceva rizzare i capelli al nostro buon missionario Eustachio di S. Francesco, al secolo Giovanni Battista Delfini, dell’Ordine dei Padri Carmelitani. Delle sue relazioni, ci dice Rosa Maria Cimino:

Interessante, anche perché ricca di notazioni e giudizi personali, la descrizione delle bayadere (devadasi), le fanciulle consacrate al tempio «dall’età di sette anni, dove vengono educate, soprattutto nell’arte della danza, a spese della pagoda»; dal tempio non possono uscire a loro piacimento, né è concesso loro di sposarsi.

Il giudizio del Padre piuttosto severo verso queste donzelle, «il cui abbigliamento non è men ricco che libidinoso». […] «Il loro ufficio è quello di danzare davanti al dio e di essere pronte a compiacere ad ogni lussuria dei Brami (Bramani), i quali tanto più le amano quanto più sono vane, lascive, cianciatrici e ghiotte. […] Danzano col seno scoperto e con i fianchi cinti da un velo trasparente […] e con movimenti lascivi cantano impure canzoni con atteggiamenti impudichi e disonesti.9

9 R. M. Cimino, «Eustachio Delfini», Civiltà indiana ed impatto europeo nei secoli XVI-XVIII - l’apporto dei viaggiatori e missionari italiani, a cura di E. Fasana e G. Sorge, Milano, 1988, pp. 223-234, loc. cit., pp. 230-231.

In Grecia, ove le prostitute avevano in Afrodite la loro patrona, Solone fece costruire le case di prostituzione statale. Roma schedò e tassò le prostitute, mentre Giustiniano cercò di redimerle e il Medioevo le ghettizzò o tentò di farlo. Queste politiche non finirono con l’Età Moderna e Giacomo Di Fiore ci fa sapere che a Napoli

una Prammatica del 1577 imponeva alle prostitute di sfrattare dalla Rua Catalana, e di «andare ad abitare ad altra parte sotto pena della frusta ed altra a nostro arbitrio riservata». […]

Nel 1631 un’altra Prammatica prescriveva che «tutte le donne Meretrici, che abitano negl’alloggiamenti e nelle taverne, tanto in questa predetta Fedelissima città di Napoli, quanto in qualsivoglia parte del Regno» entro otto giorni sfrattassero e andassero «ad abitare in altri luoghi dove permesso in ciascuna delle dette città, terre e luoghi, purché non sieno alloggiamenti e taverne». […]

La prima Prammatica di Carlo di Borbone contro il meretricio risale al giugno del 1734.10

10 G. Di Fiore, «Il “più antico mestiere” e uno scrittore napoletano del ’700», Prospettive Settanta, 3-4, 1985, pp. 378-402, loc. cit., pp. 385-386.

All’epoca, ci dice Lucia Valenzi,

uno dei maggiori e più convinti propugnatori dell’isolamento delle prostitute, fino a ideare un quartiere separato solo per loro nella città di Napoli, è Gennaro Maria Sarnelli, autore anonimo delle Ragioni cattoliche, legali e politiche in difesa delle repubbliche rovinate dall’insolentito meretricio, coll’aggiunta delle maniere da restringere e frenare le meretrici, da conservare le fanciulle pericolanti e mantenere le contrade purgate dalle carnali dissolutezze, pubblicato a Napoli nel 1736, e ispiratore delle prammatiche immediatamente successive sulle meretrici.11

11 L. Valenzi, «Prostitute, pentite, pericolanti, oblate a Napoli tra ’700 e ’800», Campania Sacra, 22, 1991, p. 307.

Per il Sarnelli, le meretrici erano peggio delle Menadi e rappresentavano soprattutto un pericolo per

i Soldati di S.M. giovani, e non casati, venendo ognora circondati da mandre di scandalose meretrici, e ancor violentati, e assaliti pubblicamente fin dentro gli alloggiamenti, e ne’ medesimi posti, ove stan di sentinella.12

12 G. M. Sarnelli, op. cit, p. 21 (L. Valenzi, art. cit., p. 308).

La reclusione femminile non era perseguita solo per le prostitute, ma anche per le «pentite» e le fanciulle in pericolo di caduta. Nel primo Seicento, Cesare D’Engenio Caracciolo aveva considerato

quanto sia frale il sesso femminile, e quanto più è debile, tanto maggiormente deve esser soccorso.13

13 C. D’Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli, 1624, p. 78 (L. Valenzi, art. cit., p. 320).

A soccorrerle provvedeva, come Lucia Valenzi ci illustra, la politica del Grande Internamento, in gran parte ad opera di confraternite laicali:

Alcune di queste raccolgono, rastrellandole con grandi processioni, e rinchiudono le cosiddette donne perdute.14

14 L. Valenzi, art. cit., p. 313.

Si moltiplicarono così i reclusori:

La disciplina in vigore negli istituti femminili è molto rigida e conforme a regole monastiche. Innanzitutto è vietato pernottare fuori del conservatorio pena l’esclusione. Gli uomini non possono entrare, compresi medici e confessori, se non in casi eccezionali.15

15 Ibid., p. 320.

Ma:

A metà Ottocento, proprio l’amministrazione delle Pentite chiede l’intervento della polizia per sloggiare delle prostitute da un appartamento di sua proprietà, dato in affitto. Si tratta di un fenomeno frequente in tutte le amministrazioni dei conservatori.16

16 Ibid., p. 318.

Il Conservatorio di Santo Spirito riceveva il seguente giudizio:

Quella Comunità può chiamarsi una vera anarchia. Li regolamenti non si osservano, la Badessa non è obbedita ed è continuamente insultata e minacciata per le più piccole cose, per cui vuole rinunziare, ognuna vive a suo modo ognuna parla ognuna riceve chi vuole.17

17 Ibid., p. 322.

La separazione dei sessi annoverò anche il problema del distacco dei figli dalle madri. Irenäus Eibl-Eibesfeldt ricorda che fra i gorilla

sono i giovani maschi che lasciano il gruppo e cercano di aggregarsi ad altri gruppi.18

18 I. Eibl-Eibesfeldt, op. cit., p. 76.

Ugo Wesel aggiunge, compendiando anche le posizioni di Kathleen Gough:

Presso i primati sono sempre i maschi a lasciare l’orda originaria; il trasferimento della donna nell’orda del marito fa probabilmente parte di uno stadio di sviluppo alquanto tardo, che testimonia la grande importanza della caccia collettiva maschile.19

19 U. Wesel, op. cit., p. 112.

La psicoanalisi ha spiegato la separazione dei figli dalle madri con la paura atavica dell’incesto o l’obiettivo degli uomini di fare entrare i maschi nella loro cerchia per scongiurare loro di essere «divorati» dalle donne. Una ragione perché gli stessi adulti se ne tenessero lontani. Un sociologo francese, Eugène Enriquez, si è così espresso recentemente:

La nostra ipotesi è che (a partire dal momento non definibile temporalmente) in cui l’ominide diventa uomo e l’uomo diventa un essere culturale, egli non può che respingere le donne nella natura, per poter fondare una società senza passione, una società industriosa, un meccanismo di solidarietà. […] Le donne, in quanto rappresentanti privilegiate della differenza, mettono l’uomo in pericolo:

1. Gli uomini potrebbero entrare in rivalità tra loro per ottenerle e non potrebbero vivere in tranquillità.

2. […] La loro virilità […] è alla mercé delle donne. […]

3. Le donne, a causa del loro interesse per la sessualità e il godimento immediato, non sanno cosa farsene del lavoro e del rapporto col tempo che condizionano qualunque progetto sociale. «Il sesso fu il primo eccesso» diceva già Brisset.

4. Le donne, per il fatto di essere madri, hanno un rapporto privilegiato con i loro figli e, quindi, un atteggiamento quasi incestuoso. Esse sono sempre pronte all’incesto.

5. Se le donne costituissero una società, essa sarebbe nella paura degli uomini, una società contro gli uomini. Ne sono testimonianza la leggenda delle Amazzoni (o quella derivata dagli Amahagger).20

20 E. Enriquez, Dall’orda allo Stato - Alle origini del legame sociale, Bologna, 1986, p. 254 sgg.

Alcune tradizioni che abbiamo riferito avallano indubbi riscontri con la sociologia e la psicoanalisi. Marco Polo avrebbe convenuto che gli uomini dell’isola di «Malle» la pensassero così: rimanendo con le donne di «Femele» più di tre mesi non avrebbero potuto svolgere indisturbati le loro «opere d’utilità»; d’altra parte, nei nove mesi successivi le donne lasciate in gestazione avevano tutto l’agio di affrontare il parto e il puerperio fino ai prescritti «quaranta dì».

Però Evel Gasparini ci faceva sapere, almeno per il mondo slavo:

La separazione dei beni uxori da quelli maritali, finì per apportare qua e là nella famiglia una divisione per sesso di sfere d’influenza, una materna e una paterna: la madre cura le figlie, il padre i figli. A Otok (Slavonia) il padre soleva dire: «Il figlio mio, la figlia forestiera», alludendo al fatto che la figlia sarebbe entrata col matrimonio in un’altra famiglia. Ma la madre non condivideva i sentimenti del marito e non faceva mistero della sua preferenza per la prole femminile. […] «Tu bada ai ragazzi e non mettere il naso nelle cose delle ragazze!» intimava in Polonia la moglie al marito.21

21 E. Gasparini, op. cit., p. 57.

Ancora:

I figli possono essere attribuiti all’uno o all’altro dei genitori secondo il sesso, ed è questa la partizione che prevale in Macedonia, in Bulgaria, in Dalmazia, in Polonia, in Lituania e nella stessa Russia. Se i genitori sono di confessione diversa, le figlie seguono la confessione della madre, i figli quella del padre. In caso di divorzio, i figli restano col padre e le figlie accompagnano la madre, come avveniva in India quando i genitori appartenevano a caste diverse, e tra gli Irochesi […]. Di questa partizione della prole per sessi parlano canti popolari. […] La moglie montenegrina che si separa dal marito gli dice: Se il figlio è del mio sesso, segua sua madre. Se è del tuo sesso, se lo tenga il padre! Un’analoga partizione avviene presso gli Apinaye del Brasile.22

22 Ibid., pp. 398-399.

Una separazione dei sessi aveva luogo, come largamente noto, alla pubertà, con i riti di iniziazione. Tra le società a livello etnologico, Vittorio Maconi aveva notato che nella Nuova Guinea:

Lo svolgimento delle cerimonie (di iniziazione maschile) varia da tribù a tribù, ma comprende tre momenti principali che nella sostanza sono gli stessi ovunque: serva a illustrarle l’esempio dei Gururumba dell’alta valle dell’Asaro. I novizi vengono condotti nella casa degli uomini: è la loro separazione, reale e rituale, dal mondo delle donne. Qui siedono accanto al fuoco, il cui calore li fa sudare e li libera così dalla sporcizia delle donne. […] Successivamente, il naso dei novizi viene fatto sanguinare violentemente, e si introducono ornamenti nel setto nasale. Il sangue versato è quello materno. L’operazione viene ripetuta altre volte. Da questo momento i novizi non potranno più accettare cibo dalle donne.23

23 V. Maconi, «Le culture della Nuova Guinea», Le razze e i popoli della Terra, cit., IV, p. 151.

Infine, la separazione dei figli, maschi e femmine, da entrambi i genitori e relative famiglie è un fenomeno storico ben noto con abbandoni e vendite, che destinavano più spesso che no il neonato o l’infante alla schiavitù, alla servitù, alla prostituzione; in certe società, il maschio poteva avere anche un avvenire da eunuco. Lo sbocco nella vita religiosa era una chance, concessa relativamente a pochi.

In Giappone, continuano ad esistere itako e goze. Sono donne cieche impegnate in una vita di incombenze tra il magico e il religioso per possedere spiriti di divinità e defunti e giovare nell’estasi a quanti sono in loro o attorno a loro. Ce ne scrive Massimo Raveri:

In termini sociali la itako è una donna mancata. La sua attività religiosa è frutto di una scelta non voluta. La sua vocazione è stata imposta dalle circostanze e cioè dal fatto di essere donna e in più di essere cieca dalla nascita o dai primi anni dell’infanzia e quindi di essere un peso inutile per la famiglia soprattutto in comunità povere. Sono i genitori stessi che prendono la decisione di avviare la figlia a questa particolare vita religiosa e l’affidano ad una maestra itako. La maestra diventa la sua nuova madre (kamioya) e la ragazza vivrà con lei e con le altre allieve come in un nuovo nucleo familiare per almeno tre, cinque, talvolta sette anni, il periodo cioè di apprendistato sciamanico che precede l’iniziazione. […]

La itako non può avere rapporti sessuali con gli uomini. Non può avere una relazione sociale stabile con un uomo né può avere figli.24

24 M. Raveri, La donna come mostro e come salvatrice nell’esperienza religiosa shinto, Annali della Facoltà di Lingue e letterature straniere di Ca’ Foscari, XXI/3 (Serie orientale 13), 1982, pp. 108-109.

In quanto alle goze:

Si tratta di donne, cieche anch’esse come le itako, vagabonde, le quali, in gruppo o sole, girano per i villaggi vivendo dell’ospitalità e della carità dei contadini. […] Tendono ad aggregarsi fra loro e spesso per il periodo invernale risiedono nei propri villaggi. Costituiscono una società dentro la società, un’organizzazione precaria di sole donne che segue schemi classici. Formano vere e proprie «famiglie», come le geisha, con una madre (oyakata). Le famiglie sono unite in un’aggregazione religiosa più vasta (nakama), con una donna al vertice. […] è loro interdetto avere rapporti stabili con un uomo e se ciò avviene sono condannate dal gruppo religioso cui appartengono e inesorabilmente espulse. Le comunità dei villaggi poi difficilmente le accetteranno, o, se le accetteranno, le bolleranno come prostitute. In altre parole una scelta verso la normalità non è accettata né dal gruppo per definizione di anormali, che vede nell’uomo un intruso, né dal gruppo dei normali che percepisce questa azione della donna come un’ingerenza indebita e pericolosa.25

25 Ibid., p. 113.

  

     

 


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