Luisanna Cammarano
Gemme di saggezza greca e romana

 


 

PASSI SCELTI


Perché il lettore, nel momento in cui si avvicina a questo libro, sappia quali aspettative può legittimamente nutrire sul frutto di questa lettura, è opportuno anzitutto chiarire che cosa la presente raccolta non è.
Anzitutto, questa non è una disamina scientifica sul panorama del pensiero greco-latino e delle sue tendenze, né una raccolta specialistica di testi della spiritualità del mondo classico: una così breve antologia non potrebbe avere la pretesa di esaurire, nemmeno alla lontana, argomenti di portata tanto vasta. D’altra parte, il criterio che anima il libro non è neppure quello del centone, della raccolta-florilegio condotta in modo acritico e, per così dire, casuale. Esso ha invece l’intento di guidare il lettore, sia egli digiuno di conoscenze effettive sulla civiltà classica e mosso da semplice curiosità, sia egli in grado di orientarsi con maggiore o minor sicurezza nelle molteplici linee culturali che vanno a comporre quello che noi moderni chiamiamo, appunto, “mondo classico”, alla scoperta della straordinaria vastità e vivacità della morale classica, che travalica ampiamente i confini di quanto viene per solito presentato nelle scuole.
Accanto alle tematiche fondamentali, e più abituali, della ricerca del significato dell’essere, della riflessione sulla morte, alle domande sul destino dell’uomo e sull’esistenza della divinità, si scoprirà, leggendo questi testi, che l’uomo classico si è interrogato in senso morale su ogni aspetto dell’esistenza con cui venisse a contatto, dal rapporto con la natura all’educazione, e soprattutto alla politica; e sempre in modo problematico: se si eccettuano gli stanchi e banali epigoni, che non mancano in qualunque letteratura, nessun autore greco o latino ha distribuito saggezza in pillole, convinto di disporre di risposte sicure e prefabbricate; non si troveranno, fra i testi antologizzati, le
gnómai, ovvero le sentenze morali aggiunte sicuramente in età ellenistica e frutto di pratica educativa scolastica che concludono le favole di Esopo riassumendone il succo in una massima sempre buona perché generica e adatta ad ogni situazione. Il fatto è che gli autori greci e latini hanno voluto, sì, insegnare, ma insegnare attraverso la ricerca continua, consci che il primo discepolo è, sempre, l’autore stesso.
E tutto, per essi, è
morale, poiché ogni aspetto del sapere, dell’indagine filosofica, riconduce inevitabilmente all’uomo ed al suo agire: non ha senso, per i Greci ed ancor meno per i Romani, la speculazione trascendentalmente astratta, soprattutto se avulsa da un intento didascalico nel senso più ampio del termine; per questa cultura, il rapporto fondamentale, su cui si basa l’intero edificio letterario, è quello tra maestro e discepolo; con la complicazione che, come già detto, il primo dei discepoli è il maestro stesso.
Alla luce di queste considerazioni la morale classica ci appare assai più complessa di quanto siamo abituati a pensare, non solo perché numerose e diverse sono le tendenze, le “scuole” in essa ravvisabili (pitagorici, orfici, razionalisti, accademici, peripatetici, stoici, epicurei, ecc.), ma anche in quanto non le è estraneo alcun campo di indagine, e quindi di opera letteraria. Ne consegue che, volendo davvero spaziare nell’indagine morale greco-latina, non è possibile limitarsi a quegli autori e quelle opere che vanno sotto la denominazione di “filosofiche” o, in senso ancor più ristretto, “morali”: tutti gli autori, tutta la letteratura classica nel suo insieme deve essere visitata da chi voglia coglierne il tesoro dell’ansiosa ricerca morale.
Qui si giunge all’aspetto, a mio giudizio, più affascinante e significativo per tutte le implicazioni che comporta: la sublime fusione del pensiero, delle sue direttrici, dei suoi vari atteggiamenti - da quello naturalistico e orgiastico a quello razionalistico, da quello più legato al
furor dell’intuizione invasatrice a quello più meditativo, da quello più solare e aperto a quello più severamente introverso a quello ancora che nasconde, dietro un’apparenza di gioiosa certezza, oscuri risvolti introspettivi drammaticamente conflittuali - nella suprema risoluzione dell’arte.
Nel mondo classico tutto è arte: non soltanto perché tutto è
téchne, padronanza dei mezzi espressivi senza la quale non è possibile alcune forma efficace di comunicazione profonda, ma soprattutto perché tutto è lógos, tutto è verbum, non nel senso dell’abilità verbale dei retori né del principio primigenio di taluni filosofi presocratici, ma nel senso di una tendenza insopprimibile dell’essere umano a dar forma ai propri pensieri, agli afflati del proprio spirito attraverso la bellezza; a coniugare, per il tramite espressivo della parola (in letteratura: ma mediante altri mezzi nelle altre arti, la qual cosa non muta il significato del discorso) l’espressione dell’essere con la bella forma, che per i classici non era un vuoto guscio a mo’ di rivestimento, bensì il necessario strumento comunicativo e, contemporaneamente, un ideale sublime mai attinto interamente. Nessun autore greco (ma anche, seppur con canoni differenti, nessun latino) avrebbe mai pensato di potersi realmente esprimere e comunicare al di fuori di una ricerca di bellezza. Quindi si attua quella che è la caratteristica più affascinante di questa cultura: la riduzione del molteplice all’uno, sulla quale esercitarono il proprio pensiero i filosofi presocratici, fu attuata attraverso la sublimazione nell’arte di ogni esigenza e realtà espressiva. Ecco perché, come il lettore vedrà, anche i pensieri più razionali e le riflessioni più severe sono sempre accompagnati da descrizioni di paesaggi, o personaggi, o comunque da ricerca di effetti stilistici: meglio, la riflessione non è accompagnata, ma realizzata attraverso di essi.
La presenza, in questa raccolta, di tanti diversi autori, molti dei quali non usi a comparire in questo tipo di opere, si spiega con le considerazioni testé esposte.

 

* * *

 

Ecco il dovere d’un padre:
far sì che il figlio s’abitui
ad agire secondo onestà,
e che lo faccia per sua scelta,
non perché spinto da timore.
Appunto in questo un padre
differisce da un padrone.
Chi non è in grado di ottenere ciò
deve ammettere di non essere in grado
di comandare i propri figli.

Terenzio

 

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La porta della morte
non sta dunque chiusa per il cielo,
e nemmeno per il sole, o per la terra,
o per i profondi flutti marini:
no, essa se ne sta spalancata e guarda, restando in attesa
con voragine immane, profonda.
per questo è inevitabile ammettere
che queste tali entità, un giorno, sono nate:
poiché cose costituite da un corpo mortale
da un tempo ormai infinito non avrebbero potuto ridersi delle salde forze del tempo che non ha fine.

Lucrezio

 

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Albino, virtù è saper dare il giusto valore
alle cose che abbiamo intorno,
in mezzo alle quali trascorriamo la vita;
virtù, per l’uomo, è sapere
ciò che ciascuna cosa di per sé significa;
virtù è, per l’uomo, conoscere il giusto,
che cosa è utile, cosa onesto,
quali siano i beni, quali i mali,
cosa è inutile, vergognoso, contrario all’onestà;
virtù è conoscere il limite e la misura
da assegnare alla ricerca dei propri vantaggi;
virtù è saper dare il giusto peso alla ricchezza;
virtù è dare agli onori
ciò che è loro di per sé dovuto;
esser nemico implacabile dei malvagi
e dei cattivi costumi,
e, al contrario, difensore
di quanto è buono, uomini e costumi;
e questi tenere in gran pregio,
questi amare, con questi
vivere in amicizia;
e ancora, mettere al primo posto
ciò che è di pubblica utilità,
al secondo il bene dei congiunti,
e soltanto al terzo il nostro.

Lucilio

 

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Dolce, quando i venti sconvolgono
le vaste distese marine,
il travaglio d’un altro da terra guardare,
non perché apporti gioioso piacere
che un altro patisca travagli,
ma perché è dolce vedere
da quali travagli tu stesso sei libero.
Dolce è pure osservare
senza correre alcun pericolo
le imponenti battaglie
che in campo aperto s’ingaggiano;
ma nessuna cosa è più dolce
che abitare in alto,
nei templi sereni
saldamente poggiati
sulla dottrina dei sapienti,
e da lì figgere lo sguardo verso il basso
e vedere gli altri errare qua e là, sbandati,
alla ricerca della via della vita.
O infelici menti umane, o animi ciechi!
In quale esistenza fatta di tenebre,
in quali grandi pericoli
si trascorre questo nostro tempo, quale che sia!
Non si vede forse che la natura
null’altro chiede,
con grida rabbiose,
se non che al corpo sia risparmiato il dolore
e che l’animo, ignaro d’affanni e paure,
goda d’un senso di gioia?
Dunque vediamo che alla nostra natura fisiologica
necessitano in assoluto poche cose,
che comunque facciano scemare il dolore
ed anche possano fornire molti dolci piaceri.

Lucrezio

 

* * *

 

Per quelli che reggono lo stato,
qual è il punto fisso di riferimento,
da tenere ben davanti agli occhi,
cui indirizzare il corso delle proprie azioni?
è lo scopo più valido e più desiderabile
per tutti coloro che sono dotati di saggezza,
di onestà, di beni di fortuna:
cioè la tranquillità unita al prestigio.
Non è infatti opportuno
né che gli uomini si lascino trasportare
dalla responsabilità degli affari pubblici
a tal punto da non curarsi
della propria tranquillità,
né che s’attacchino all’amore
per questa tranquillità
fino a scordare il prestigio.

Cicerone

 

* * *

 

Catone aveva il gusto della modestia,
del decoro e soprattutto
della severità di costumi:
non con il ricco in ricchezza,
né in faziosità con il fazioso
egli gareggiava,
ma in valore con il valoroso,
in riservatezza con il modesto,
in disinteresse con l’onesto;
piuttosto che sembrar retto,
preferiva esserlo e, in tal modo,
quanto meno egli cercava la gloria,
tanto più questa lo seguiva.

Sallustio

 

* * *

 

Con lo stesso ritmo bussa
sia ai tuguri dei poveri che ai palazzi dei re
la pallida morte. O Sestio felice,
il bilancio della vita è breve, e non permette
che diamo inizio ad una lunga speranza.

Orazio

 

* * *

 

Di tutti, uomini ed esseri divini,
uno solo è il dio supremo.
Quanto a intelletto e a forma
egli per nulla somiglia
agli esseri umani.
Il dio è
tutto mente,
tutto vista,
tutto udito.
Con saggia mente
egli regola tutte le cose,
nessuno tocca
senza travaglio.

Senofane di Colofone

 

* * *

 

E vanno gli uomini ad ammirare le cime dei monti,
e la distesa dei flutti marini,
e le ampie rapide acque dei fiumi,
e la vastità dell’oceano
e il corso degli astri:
e si dimenticano di se stessi.

S. Agostino

 

* * *

 

O tu dai molti nomi,
orgoglio della sposa cadmea
e figlio di Zeus cupitonante,
che l’illustre Italia proteggi
e regni nel comune grembo
di Cerere Eleusina,
o Bacco,
che presso le umide correnti
dell’Ismeno, accanto al seme
del selvaggio drago, Tebe
patria delle Baccanti abiti;
la resinosa vampa delle torce
ti vide sulle cime gemelle,
dove ascendono le Coricie
Bacchidi Ninfe, e così
pure la fonte di Castalia.
Le cime dei monti Nisei
coperte d’edere, e le verdi
colline d’uva cariche, frammezzo
al risuonare d’immortali “evoè”,
quale compagno a visitar
di Tebe le contrade te invitano.
Tebe tu onori
fra tutte le città
in sommo grado,
con la madre
colpita dal fulmine:
ed anche adesso,
quando la città tutta
è posseduta da feroce morbo,
vieni con passo purificatore
attraverso i clivi di Parnaso
o il rimbombante stretto.
Ah! Tu che guidi
degli astri fiammeggianti
il cerchio, custode
di notturne voci,
di Zeus figlio e progenie,
appari, o signore,
insieme con le Tiadi seguaci,
che per tutta la notte,
invasate, la tua presenza danzano,
Iacco dispensatore.

Sofocle

 

* * *

 

Adoro il dio reggitore
di tutto e lo venero:
lui è la mia salda àncora,
solo grazie alla sua forza
pieno di sicuro coraggio
io divento.

Marco Aurelio

 

* * *

 

Tutti fanno sì che la vita scorra in fretta,
sono attanagliati dal desiderio del domani
e soffrono perché il presente li annoia.
Ma colui che aduna ogni sua ora per ciò che è utile,
che regola ogni giornata
come si trattasse dell’intera vita,
non desidera il domani
né lo teme.

Seneca

 

* * *

 

Ahimè, o generazioni dei mortali,
come valuto equivalenti al nulla le vostre vite!
Chi, chi mai consegue più grande felicità
che sembrar felice
e, conseguita tale apparenza, scomparire?

Sofocle

 

* * *

 

Più onesto rinfacciare apertamente
che celatamente covar odio.

Tacito

 

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Quante volte ho cercato di capire
per quali strade
ogni uomo illustre ha raggiunto la grandezza,
e in qual modo
popoli e nazioni abbiano trovato materia
per divenir grandi,
e ancora, per quali ragioni
i più grandi regni e stati siano caduti in rovina,
ho sempre trovato, in positivo e in negativo,
la stessa risposta:
i vincitori avevano tutti disprezzato la ricchezza,
tutti i vinti l’avevano bramata.
Nessuno in altro modo può innalzarsi e,
pur di natura mortale,
attingere la condizione divina,
se non curando lo spirito,
dopo aver messo da parte le gioie
che vengono dal denaro e dalla carne;
non assecondandolo
o fornendogli ciò che brama,
procurandosi così una perversa riconoscenza:
ma tenendolo in esercizio
con la fatica, la pazienza,
i buoni princìpi, le azioni da forte.

Sallustio

 

* * *

 

Benigna accoglienza ebbi dalla dea;
mi prese la mano, cortese
un saluto mi rivolse,
e poi queste parole:
“Giovane, accompagnato
da immortali guidatrici
fino alla dimora mia
giunto, a te il mio saluto.
Non fu sorte maligna
a portarti da me,
seguendo una via
raramente calcata dai mortali;
Religione e Giustizia
ti guidarono, cosicché
è tempo per te d’apprendere.
Della Verità devi acquistare
il cuore saldo a tutta prova,
e ancor distinguere
dove nelle umane credenze
non si ha il vero;
poiché devi sapere
che, dopo attenta indagine,
di simili opinioni giudicar si deve”.

Parmenide

 

* * *

 

Se uno salisse fino al cielo
e potesse contemplare il mondo
e la bellezza degli astri,
quella vista non gli darebbe gioia;
ma, se avesse qualcuno cui raccontarla,
essa gli riuscirebbe dolcissima.
La natura non ama mai la solitudine,
e cerca sempre un sostegno
cui appoggiarsi:
e questo è tanto più dolce,
quanto più caro è l’amico.

Cicerone

 

* * *

 

L’azione degli dèi si presenta
con tanti aspetti diversi;
i numi si muovono
in modo imprevedibile.
Talvolta non va a compimento
un fatto atteso, e invece,
basta che un dio lo voglia,
accadono cose del tutto impreviste.

Euripide

 

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Dimmi, a che serve
immensa quantità d’oro e d’argento
furtivamente in mezzo a gran cautele
serbare in una buca sottoterra?
“Ma se lo intacco,
a nulla il mio tesoro si riduce”.
E se questo non fai,
cos’ha di bello
questo gran mucchio
che ti sei formato?
Avrai pure raccolto
quintali e tonnellate di frumento:
non per questo
più grande del mio sarà il tuo stomaco.
Se, come uomo, vivi
nei limiti della legge di natura,
che importa se il tuo campo è grande o piccolo?
“Però è una gran soddisfazione
attingere ad un mucchio senza fine”.
Ma se la stessa quantità ci è lecito
anche da un mucchiettino cavar fuori,
perché dovresti tu lodare
i tuoi granai più che i miei cestelli?

Orazio

 

* * *

 

Nello studio della storia
questo è particolarmente salutare e fecondo:
che tu possa contemplare ogni tipo d’esempio,
quali una importante documentazione memoriale
può offrire.
Da essi puoi trarre ispirazione
per ciò che devi imitare
per il bene tuo e della tua nazione;
da essi puoi comprendere
ciò che è da evitarsi, poiché vergognoso
sia nell’intrapresa sia negli effetti.

Livio

 

* * *

 

Posso dirlo con assoluta certezza:
nulla è vano,
di ciò che gli dèi decretano.
Sempre il tempo
vede ogni cosa,
sempre la vede,
e certe cose fa crescere
fino al compimento
in un anno,
altre in un giorno.

Sofocle

 

 


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