Laura Elisabetta Coppo
I volti della mâyâ
L'illusorietà del mondo dai Veda a Shankara

 


 

INDICE

 

Introduzione

1. La mâyâ magica
La misteriosa potenza magica delle divinità vediche
La yogamâyâ di Vishnu
Maya o sogno o illusione: la mâyâ nel Buddhismo

2. "Tu sei quello"
L'Âtman-Brahman
Il mondo dei fenomeni
L'identità
La liberazione

3. La mâyâ di Shankara
Il grande illusionista
...e la grande illusione
La fune e il serpente

Conclusioni
Molteplici funzioni
...ma un'unità di fondo
La metafora del velo

Appendice - Breve antologia di testi shankariani
Sulla manifestazione
Verità relativa, verità assoluta
Realtà, irrealtà, esistenza, inesistenza
L'avidyâ
Domande e risposte

 


 

PASSI SCELTI

 

Introduzione

Capacità di mutare forma, di trasformarsi in creature umane o animali, maschili o femminili; potere di dare vita a ogni sorta di illusione, come per magia, come in un gioco di prestigio; Potenza del Dio Supremo, attraverso la quale egli nasconde la propria natura di Assoluto, ingannando le menti dei mortali: ma anche sinonimo di illusione, in un orizzonte che dichiara illusorio il mondo che ci circonda, il mondo dei fenomeni, gli oggetti dei nostri desideri così come il frutto dei nostri sforzi e delle nostre azioni, le nostre relazioni affettive, il nostro ruolo sociale e infine il nostro stesso sé.

Tutto questo è la mâyâ, categoria affascinante, sfuggente, della quale si sono susseguite nei secoli interpretazioni a volte molto distanti fra loro. Oggetto di discussione è l’origine stessa del termine; alcuni studiosi ritengono che derivi dalla radice nel suo senso primario di «misurare»; misurare, tracciare dei confini laddove non ve ne sono è una delle immagini attraverso le quali la filosofia indiana descrive il ruolo limitante della mâyâ nei confronti dell’Assoluto. Altri ritengono che la si debba riportare a un diverso significato della stessa radice, ossia «fare, produrre, creare», significato che allude al ruolo della mâyâ nel processo di manifestazione dell’universo. Infine alcuni la fanno derivare dalla radice mâ-y, che richiama un agire contraddistinto da una certa forma di violenza, perché proprio in questi termini è descritto l’atto attraverso il quale la mâyâ impedisce agli uomini di comprendere l’autentica natura divina.

La mâyâ è presente fin dai tempi più remoti nei testi della tradizione indiana; la incontriamo nei Veda, le più antiche opere sanscrite a noi pervenute, il cui nucleo risale all’invasione degli Ârya in India, circa un millennio e mezzo prima di Cristo. Tramandati oralmente per secoli, i quattro Veda assunsero forma scritta solo all’inizio dell’era moderna; la tradizione afferma la loro eternità e nega che abbiano un autore umano; si dice che siano stati «emanati» dal Brahman stesso, e per questo vengono detti i testi rivelati (shruti). In un passato immemorabile gli antichi veggenti, i rishi, grazie alle loro straordinarie facoltà, percepirono in modo a noi inspiegabile questo sapere scaturito dal Brahman (si dice che essi lo «videro»), e lo tramandarono in forma pressoché immutata, grazie alle sofisticate tecniche di memorizzazione caratteristiche della trasmissione orale del sapere nella tradizione indiana.

Nei Veda la mâyâ è un misterioso potere, una facoltà magica di cui sono in possesso tanto gli dèi quanto gli asura, i demoni; essa è utilizzata per trarre in inganno gli avversari, perché chi ne è detentore è in grado di mutare forma, assumere le più svariate sembianze o divenire invisibile. Ma essa è anche la straordinaria facoltà attraverso la quale gli dèi danno vita ai fenomeni naturali; la pioggia, il tuono, il sorgere del sole, il mutare delle stagioni hanno luogo grazie alla mâyâ di Indra, Varuna e Mitra, che è anche ciò attraverso cui gli dèi garantiscono l’ordine universale.

Legata a un’unica figura divina è invece la mâyâ della Bhagavadgîtâ o «Canto del Glorioso Signore», opera che costituisce un episodio del Bhishmaparvan, il sesto dei diciotto libri che compongono il Mahâbhârata. La mâyâ della Gîtâ è la mâyâ di Vishnu; essa è il misterioso potere attraverso il quale il Dio Supremo si cela, si sottrae alla vista degli uomini, che mancano così di riconoscere la sua autentica natura, ingannandosi di conseguenza anche riguardo alla realtà del mondo e del sé. L’effetto di questa ignoranza è il legame con l’eterna ruota del samsâra, l’interminabile catena delle rinascite dalla quale si libera solo colui che sappia superare la «divina yogamâyâ».

Sinonimo di mera illusione, irrealtà, insostanzialità, sogno, è invece la mâyâ nel Buddhismo, per il quale illusoria è in primo luogo l’idea della realtà e della permanenza dei fenomeni. «Il mondo non è altro che mente» è il messaggio della mâyâ buddhista, che si slega completamente dalla figura del divino manifestatore brahmanico per diventare un’allusione alla natura impermanente del mondo e del sé.

La mâyâ diviene una categoria di fondamentale importanza nell’àmbito della riflessione metafisica sulla realtà in quella che è forse la più celebre e affascinante tra le dottrine filosofiche indiane: l’Advaita Vedânta o Vedânta non-dualistico, sostenitore dell’identità (o non-dualità) fra il sé e la Realtà Suprema, descritta come l’Uno indifferenziato che è origine, sostanza e fine di tutte le cose.

Il Vedânta (lett. «fine dei Veda»), è uno dei sei darshana, i sistemi di pensiero nati in seno al brahmanesimo. La tradizione filosofica indiana è innanzitutto una tradizione di commenti, e forma di commento hanno gran parte delle opere del Vedânta, il cui principale riferimento è il cosiddetto Triplice Canone, la triade di testi che comprende i Brahmasutra, le Upanishad e la Bhagavadgîtâ.

Il più noto tra gli esponenti dell’Advaita Vedânta è Shankara, senza dubbio una delle figure più ricche di fascino che l’India ci abbia tramandato. Vissuto nel VII secolo d.C., egli fu filosofo, mistico e maestro di spiritualità; la sua fama è tale che la tradizione popolare ne fece una delle incarnazioni del dio Shiva, disceso in terra per risollevare il mondo dalla decadenza, dalla falsità e dal dolore del Kaliyuga, e per restituire purezza agli insegnamenti della tradizione vedica. Le numerose biografie concordano sul fatto che egli nacque nell’India del Sud, precisamente a Kâlati, nel Kerala, luogo che abbandonò giovanissimo per condurre vita da asceta dopo aver rinunciato al mondo alla tenera età di otto anni; la sua fama si diffuse per l’intera India, che egli percorse più volte, fondandovi un monastero per ogni punto cardinale e ponendo a capo di ciascuno di essi uno dei suoi discepoli; tali matha costituiscono ancor oggi il principale luogo di diffusione della dottrina advaitica in India e al di là dei confini del subcontinente.

L’importanza del concetto di mâyâ nella dottrina shankariana è tale che essa fu polemicamente definita dai sui critici «mâyâvâda», dottrina della mâyâ, mentre essa è a tutti gli effetti un Brahmavâda, una dottrina del Brahman, che resta l’oggetto e il fine di ogni speculazione nata in seno alla sua tradizione.

In queste pagine ci occuperemo dei principali aspetti della mâyâ, cercando di tracciare un quadro del suo ruolo nella tradizione filosofica e religiosa indiana, ma la speranza è anche quella di far nascere nei lettori interesse nei confronti della dottrina di Shankara, la cui profondità e saggezza cattura per sempre chi abbia avuto la fortuna di incontrarla.

In appendice abbiamo voluto offrire un saggio delle parole dello stesso Maestro attraverso una breve antologia di passi nei quali la categoria di mâyâ compare nelle sue molteplici sfumature.

 


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